| Innovazione, questa sconosciuta.
L'italia fanalino di coda per gli investimenti in ricerca e sviluppo.
Il responso viene ancora una volta dai numeri e sono le cifre a dire che l'Italia riserva troppa poca importanza a temi fondamentali per un'economia che non voglia languire ma che punti ad una crescita continua.
La Ricerca e lo Sviluppo finalizzati all'innovazione sono attività su cui poco le nostre aziende puntano ed investono. E, come se ciò non bastasse alla realtà economica italiana, non sembra neppure ben chiaro quale debba essere il suo vero obiettivo alle soglie del Duemila e con una globalizzazione sempre più incombente: vale a dire la necessità di innovare non con piccoli interventi incrementali o con innovazioni di processo, ma agendo in profondità a livello di prodotto, probabilmente l'unica strada in grado di portare le aziende alla vittoria nel quadro di una competizione ormai realmente di livello internazionale.
Ricerca e Sviluppo: spendiamo troppo poco.
Come detto sono le cifre a rendere conto di quanto Ricerca e Sviluppo siano le Cenerentole nelle priorità di spesa in Italia.
Il Bel Paese nel 1998 ha destinato infatti in questo ambito la modesta percentuale dell'1,1% del Prodotto interno lordo - a fronte di una spesa media dell'Ocse del 2,2% -, conquistando solo la settima posizione in classifica.
Non si può neppure dire che negli ultimi anni sia stata prestata particolare attenzione a questa voce di spesa e che siano stati fatti significativi passi in avanti: nel 1994 infatti la percentuale era di poco diversa e pari all'1,08%. Risulta anche che spesso in passato i soldi venivano spesi piuttosto male, con destinazioni che poco avevano a che fare con ricerca e sviluppo.
E guardando ai nostri partner in Europa; osserviamo che Francia, Germania e Gran Bretagna già nel 1997 sfondavano la barriera del 2%, dimostrando quindi maggiore attenzione e sensibilità verso queste problematiche.
Un'ulteriore conferma giunge da un'altra recente indagine: dati alla mano, risulta che in Italia il 51% del fatturato che deriva dall'innovazione proviene da interventi a livello di processo, mentre è meno della metà, vale a dire circa il 22%, la quota che può essere ascritta alla realizzazione di prodotti nuovi. La tendenza è quindi quella di privilegiare piccole migliorie, non in grado di fare davvero la differenza e di rappresentare quindi l'arma vincente nella competizione internazionale.
"R&S" e P.M.I.: universi da fare incontrare.
Che il problema esista è innegabile, ma quali ne sono le cause? Tra i motivi principali va di certo annoverato lo scollamento esistente tra piccole e medie imprese - il vero tessuto dell'economia italiana - e il mondo della ricerca confinato nelle università, al Cnr o all'Enea e quindi troppo distante da chi con il suo lavoro sostiene effettivamente il Bel Paese.
Domanda e offerta viaggiano quindi su binari che rischiano di non incontrarsi mai e, non potendo dialogare, l'offerta di ricerca non riesce a modularsi sulla domanda d'innovazione.
Eppure le piccole e medie imprese sono ricettive: infatti hanno subito approfittato del piano varato dal ministro Berlinguer per l'assunzione di laureati tecnico-scientifici e successivamente rifinanziato.
Inoltre sono sempre più interessate agli investimenti in robotica: hanno iniziato da poco ad investire in innovazione ma sembrano intenzionate a non diminuire il ritmo e sono pronte a scalfire il precedente primato delle grandi industrie che solo qualche anno fa sembravano fagocitare tutto. Ad attestarlo sono altri dati. I produttori italiani di robot nel 1999 sono pronti a raggiungere i 600 miliardi di fatturato, mentre nel complesso il settore della meccanica è un'isola felice, con livelli in crescita per quanto riguarda produzione, esportazioni, vendite interne e occupazione.
Il piano ue e gli incentivi per realizzarlo.
Per uscire da questo labirinto in tempi sufficientemente brevi, il filo d'Arianna sembra venire dal quinto Programma quadro europeo di ricerca, che mette a disposizione delle imprese ben 30mila miliardi di lire entro il 2002: una "torta" di cui all'Italia spetta una quota pari all'11%.
Ma attenzione: non è il caso di dormire sugli allori... La concorrenza sarà infatti spietata, dal momento che nel caso del quarto Programma hanno partecipato 12mila concorrenti e per il quinto è stimata una cifra di 30mila operatori interessati ad aggiudicarsi gli stanziamenti.
Per questo è fondamentale muoversi tempestivamente e presentare programmi validi, che possano aspirare a posizioni di primo piano nelle classifiche e che siano in grado di rispondere agli obiettivi di alto profilo previsti dal Piano.
A partire da aprile sono stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale Ue i bandi di gara, con tre mesi di tempo per rispondere e poi stringere i contratti. Il Governo ha messo a disposizione un numero verde per soddisfare la richiesta di informazione degli imprenditori italiani e ha organizzato incontri per approfondire le modalità di accesso ai bandi di gara. Sempre per favorire la partecipazione delle aziende italiane, l'Esecutivo premierà con un ulteriore "bonus", che potrà oscillare da un minimo del 10% a un massimo del 25% in base a diversi parametri, le imprese che otterranno i fondi Ue. Inoltre sono disponibili fino a quattro miliardi di Lire per la stesura del progetto e l'istruzione delle pratiche.
La speranza è che le imprese italiane riescano a fare meglio rispetto alla passata edizione, quando dovettero accontentarsi di un modesto 10% degli stanziamenti. |