Il contratto flessibile crea posti fissi.

La situazione dell'occupazione è migliorata in Italia nell'ultimo anno, principalmente grazie all'adozione di incentivi fiscali e di contratti di lavoro più flessibili. Ma la vera novità emersa dai dati dell'Isfol, è l'opportunità che i contratti a tempo determinato si trasformino in una vera assunzione.
La crescita dei lavoratori a tempo determinato è meno rapida della trasformazione dei contratti a tempo in assunzioni stabili. Quest'anno sono 1 milione 450mila i lavoratori a tempo determinato, un più 10% circa rispetto a quelli dell'anno precedente. Le conversioni da contratti flessibili a stabili invece hanno raggiunto quota 38%.
Questo dato è particolarmente rilevante, se si tiene conto che dall'aprile '99 allo stesso mese del 2000, il 57% dei contratti stipulati è flessibile, cioè a tempo determinato, part-time o interinale. Sempre secondo i dati dell'Isfol il peso degli occupati flessibili avrebbe così raggiunto oggi il 13,7% della forza lavoro.
Si sta affermando l'idea che la flessibilità nei contratti sia reciprocamente utile: alle imprese, per selezionare i lavoratori, e ai lavoratori stessi che possono usarla come biglietto d'ingresso nel mondo del lavoro.
Ci sono però alcune differenze: il 38% dei contratti a tempo determinato si trasformano in posto fisso, mentre lo stesso non può dirsi per il part-time, che tende invece a rimanere tale. Nonostante l'accelerazione di quest'ultima forma di lavoro, arrivata a quota 13,5%, con una punta del 19,4% al Sud (era il 2,2% un anno fa), solo il 24% riesce a passare al tempo pieno, mentre il 60% resta nelle stesse condizioni.
Altre differenze si riscontrano in relazione al tempo di attesa nelle liste di collocamento: gli inattivi, come lo studente appena laureato, hanno molte più opportunità di un disoccupato di lunga durata. Ancora dai dati Isfol emerge che il 17% dei disoccupati trova un posto, contro un 48% che lo trova da una condizione di inattività, cioè senza essere transitati nelle liste di occupazione. Questo è giustificato dal fatto che il mercato cerca risorse fresche e qualificate, piuttisto che disoccupati di lunga durata.
Questa tendenza è sottolineata da un altro dato: i disoccupati da più di un anno, secondo Isfol, oggi rappresentano il 60,8% sul totale dei senza lavoro contro un 60% del '99. Un lieve peggioramento che però è indice di un una tendenza che si sta affermando.
Sul fronte della formazione, il dato che meglio esemplifica la situazione è quello degli investimenti: nel corso degli anni '90 la spesa complessiva è quasi raddoppiata, passando dai 7,178 miliardi del '91 ai 12,982 miliardi del '98. A trainare è stata soprattutto la formazione regionale: dai 2,263 miliardi del '95 si è passati ai 3,630 del '98, con un incremento del 60%.
I contratti a tempo determinato non sono quindi una trappola, ma piuttosto una via facilitata di accesso al mondo del lavoro, che permette di fare esperienza e di entrare in rapporto con le aziende per instaurare il giusto dialogo che può portare all'assunzione.

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