PMI: a rischio la competitività

La dimensione ridotta delle imprese uno dei fattori critici con i quali misurarsi.

Per le piccole e medie imprese italiane suona l'allarme competitività.
Il modello organizzativo-produttivo su cui da sempre si è costruito il successo del "made in Italy" nel mondo tende a vacillare, sotto la spinta dell'accelerazione del processo di globalizzazione determinato dall'information technology.
Il rischio, così, che interi settori della nostra industria possano essere spiazzati da questa tendenza in atto sugli scenari mondiali non è affatto remoto.
Per il momento, è vero, vengono rilevati solo i primi sintomi di questa perdita di competitività sui mercati internazionali. Ma è il caso di cominciare a preoccuparsi.
Basta leggere alcuni dati per rendersene conto. La quota italiana dell'export mondiale è scesa l'anno scorso al 4,1%. Era del 4,9% all'inizio degli anni Novanta. Ancora più marcata la contrazione registrata all'interno della Ue, con una quota del 5,7% rispetto al 7,2% di pochi anni fa.

Il rischio "nanismo".

Occorre dunque intervenire con dei correttivi. E occorre farlo con tempestività. Il "nanismo", alla lunga, da fattore di flessibilità può infatti trasformarsi in un pericoloso "boomerang". Il primo passo che le Pmi devono dunque compiere non può che essere proiettarsi verso la crescita, salendo almeno di un gradino nella scala dimensionale, così da acquisire il know-how richiesto dal nuovo e più complesso sistema.
Lo confermano le ricerche compiute recentemente dal Ministero dell'industria e del commercio estero: nel 1999 le aziende esportatrici in Italia erano 168mila.
Se si tiene conto delle dimensioni, si osserva però che l'1% delle imprese totali, quelle che impiegano 250 addetti o più, partecipano con oltre il 40% al valore delle esportazioni, mentre le imprese medie, il 63% del totale, contribuisce con il 27,4% all'export. Questo significa che le piccole imprese, poco più del 92% del totale, si aggiudicano solo il 31,8% del valore complessivo delle esportazioni.

I freni allo sviluppo.

Quali sono i freni che impediscono alle aziende in Italia di crescere? Secondo gli esperti del Ministero, i principali elementi di debolezza vanno ricercati principalmente in tre fattori.
In primo luogo una scarsa attività di marketing, erroneamente prevaricata dalla cultura di prodotto. Quindi una evidente carenza di organizzazione del settore della grande distribuzione italiana. Infine una scarsa partecipazione del mercato dei capitali.
Le imprese, cioè, sono riluttanti ad accedere alla Borsa come fonte di finanziamento della crescita, anche perché, sempre secondo l'analisi del Ministero, spesso avrebbero timore di quella "eccessiva" trasparenza dei bilanci che la quotazione in Borsa impone. D'altra parte è anche vero che mancano gli strumenti finanziari in grado di favorire un approccio innovativo degli investitori al mercato delle piccole e medie imprese.
Altri elementi di difficoltà sono rappresentati dal cronico ritardo degli italiani negli investimenti diretti all'estero, che sono la vera chiave della globalizzazione, oltre che dalla struttura interna eccessivamente rigida che caratterizza le piccole e medie imprese e che ricalca, di fatto, il modello di impresa famigliare.

Crescere da soli o in rete: una scelta non più rinviabile.

Se questa è l'analisi, è interessante comprendere quali prospettive si aprano alle Pmi italiane. E la prima, indubbiamente, è anche la meno scontata: a monte serve, infatti, un preciso salto culturale nella direzione di una crescita dimensionale.
L'ambizione di crescere è dunque la vera molla che può fare la differenza nell'attuale contesto competitivo internazionale. E, per crescere, una delle strade possibili è rappresentato dall'impegno nel mettere in comune iniziative ed attività che facilitino la costruzione di una rete di Pmi disposte ad affrontare insieme la nuova sfida globale.
Certo, per poter procedere in questo senso è necessario superare l'individualismo, che invece è ancora troppo forte e che porta le imprese a guardarsi tra di loro come concorrenti anziché come colleghi.
Ma, d'altra parte, questa è anche una strada obbligata: una piccola impresa, infatti, da sola difficilmente può sostenere le spese dell'internazionalizzazione.
Per esempio nella meccanica bisogna garantire un'assistenza post-vendita perfetta: invio del pezzo e di un tecnico per sostituirlo in tempi brevissimi. Questo comporta costi che, il più delle volte, una piccola impresa non riesce a sostenere.
Di conseguenza le aziende dovranno unirsi, collegarsi in reti, così da poter raggiungere l'efficenza di un gruppo e potersi rapportare con realtà di dimensioni maggiori. In questo senso, la formula dei distretti industriali può essere vincente, se efficacemente interpretata e resa operativa.
Anche perché, va sottolineato, altri percorsi come ad esempio le fusioni, sono per lo più improponibili. Le nostre aziende sono infatti di prima generazione o a conduzione famigliare. Rivestono un valore affettivo, per cui l'acquisizione da parte di altre imprese è un passo doloroso.

Le proposte del governo.

Data questa situazione, il Ministero ha formulato alcune proposte per facilitare il processo di di crescita dimensionale delle imprese. tali proposte, che si trovano dettagliatamente esposte nel "Libro bianco per la competitività delle imprese", individuano principalmente cinque ambiti di lavoro.
Il primo è indirizzato ad orientare le nuove imprese verso una composizione del capitale più strutturata sul capitale di rischio, favorendo lo strumento del venture capital e della finanza informale ed intervenendo sul profilo di rischio degli investimenti più innovativi.
La seconda direzione è rappresentata dalla crescita professionale delle risorse umane che va favorita stimolandone la partecipazione di rischio ed incrementando la flessibilità.
Anche la ricerca scientifica va incentivata. Soprattutto occorre favorire le condizioni perché i risultati della ricerca stessa possano tradursi in imprese capaci di competere sui mercati internazionali.
Infine è auspicata la valorizzazione dell'attività delle Regioni e del loro ruolo di sostegno alle imprese.
Obiettivi ambiziosi, certo. Ma non così difficili da raggiungere. Alla base, tuttavia, è necessario che vi sia in tutti i soggetti, pubblici e privati interessati, la consapevolezza che occorre iniziare a muovere dei passi nella direzione del cambiamento. Se così non fosse, infatti, il rischio è di trovarci presto ricollocati in un mercato di nicchia.

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