| Davide contro Golia
Terza per produzione ed export di macchine utensili, lItalia soccombe nelle classifiche per livello dimensionale delle imprese. il mito del Piccolo è bello può ostacolare la competitività nellera della globalizzazione.
Se ci si fermasse alla semplice lettura delle classifiche, dati alla mano, nel settore della produzione di macchine utensili il confronto Italia - Germania non avrebbe storia. Fra le prime trenta aziende europee produttrici di robotica, infatti, solo tre sono espressione del made in Italy, contro ben venti tedesche: Comau Spa, Salvagnini Spa e Manzoni Group Spa. E poco importa se, leader della classifica 1999, è proprio litaliana Comau Spa di Torino, del gruppo Fiat, sia pure tallonata a brevissima distanza dalla Siemens Ag. Il vero problema è che quasi la metà dei primi 150 gruppi europei sono made in Germany (con oltre 54 mila addetti), mentre italiani sono solo 46 (con meno della metà di addetti).
Alle origini di questa differenza sembra dunque esserci la diversa dimensione aziendale delle imprese: in Europa solo nove aziende tra le prime 150 hanno meno di 100 addetti, mentre in Italia l80 per cento delle imprese non arriva a questo dato e sempre l80 per cento circa delle imprese fattura meno di 25 miliardi di Lire lanno.
Quelle caratteristiche che, quindi, hanno sempre costituito altrettanti punti di forza del nostro tessuto industriale, vale a dire la sua flessibilità e la ridotta dimensione aziendale, rischia oggi di apparire un freno allo sviluppo. La globalizzazione dei mercati impone infatti di crescere a livello dimensionale per poter reggere ad un confronto concorrenziale sempre più spinto, anche sui mercati più lontani dal nostro Paese. Ciò vale soprattutto in un settore in cui il global service, vale a dire la manutenzione e la capacità di offrire un elevato grado di assistenza ai clienti, diventa un elemento chiave per vincere la sfida. Unirsi, stringere alleanze e forme di collaborazione più stretta diventa dunque, alla luce di queste considerazioni, unesigenza sempre più attuale. Già qualche cambiamento, negli ultimi tempi, si è potuto registrare in questa direzione. Lo dimostra sia la crescita complessiva dellItalia nel settore, divenuta il terzo produttore, esportatore e consumatore al mondo di macchine utensili, grazie anche al vento di ripresa che si è consolidato nel corso del 2000 e al dinamismo di alcuni mercati come quello europeo e sudamericano, sia una miglior distribuzione delle imprese italiane rispetto ad alcuni anni or sono. E anche le allenze strategiche, con accordi commerciali e tecnici, iniziano a farsi strada, spesso tra aziende di Paesi diversi.
Un segno importante per un settore che pesa nella bilancia economica italiana. E che deve crescere e rafforzarsi strutturalmente se vuol continuare a recitare un ruolo da protagonista sulla scena mondiale.
Quanto al segreto del successo tedesco, anche in questo caso vale la pena una breve riflessione. Alla base sta senza dubbio una maggior strutturazione delle imprese, più grandi dimensionalmente rispetto a quelle italiane. Ma anche i forti investimenti nel settore della ricerca e dello sviluppo, che portano lindustria tedesca di macchine utensili e robotica al primo posto assoluto a livello mondiale nella classifica dei brevetti, con oltre i tre quarti della produzione del settore indirizzati allo sviluppo dello stesso ramo dindustria. Il più importante cliente dellindustria tedesca di macchine utensili è dunque la stessa industria di macchine utensili.
E, in prospettiva, questo dato sembra destinato a confermarsi: complici, da un lato, i processi di innovazione, che rendono necessari forti investimenti per migliorare la competitività; dallaltro gli obiettivi della umanizzazione dei posti di lavoro e della difesa della natura; dallaltro ancora, infine, il crescere del fabbisogno mondiale di modernizzazione, che vede la Germania tradizionalmente proiettata verso i mercati esteri e lesportazione. |