Gli imprenditori italiani non amano la borsa.

La piccola e media industria italiana, ancorata al mito del “piccolo è bello”, raramente riesce a sdoganarsi dalle sue dimensioni familiari e a compiere il salto di qualità per crescere nel tempo.

Le PMI a confronto tra Italia ed Europa.

L’analisi comparata tra le piccole imprese europee dimostra che, negli ultimi sette anni, la crescita di fatturato è stata ben diversa da paese a paese. Tra le aziende che hanno moltiplicato il loro fatturato per almeno 15 volte ben 99 sono britanniche, 71 tedesche e solo 17 sono di matrice italiana. Eppure qualche esempio illustre di piccole imprese che riescono a sfondare è ovviamente presente anche nel nostro Paese: come non pensare a Mapei, a Parmalat, a Luxottica, a Ferretti, a Interpump.
Il discorso si fa ancora più complesso quando si parla di grande industria: sono infatti solamente cinque le imprese italiane presenti nella classifica 2000 di Fortune, a dispetto dei 30 colossi francesi, dei 23 tedeschi e dei 21 britannici.
Tutto ciò si è tradotto in questi anni in una crescita dell’economia italiana più rallentata rispetto ai nostri partner/concorrenti europei.

Volontà e capacità di crescita.

Presupposto fondamentale per crescere è, banalmente, la volontà di farlo. Il mito del “piccolo è bello”, a contatto con l’attuale economia globalizzata, rischia di trasformarsi in un vero e proprio boomerang che può portare le aziende a ridimensionarsi o, nei casi peggiori, a sparire del tutto. Come abbiamo visto, anche in Italia esistono importanti esempi di imprese che hanno superato questa sorta di “soglia psicologica” e si sono poste come obiettivo primario la crescita.
Ma ovviamente la sola volontà teorica non è sufficiente: è necessario comprendere i meccanismi legati alla crescita. Analizzando quanto realizzato dalle più attive aziende italiane si possono trarre alcune indicazioni estremamente utili. Interpump, per esempio, nata con la produzione di pompe ad alta pressione, attualmente è leader nel settore prese di forza. Proprio l’allargamento del business le ha garantito un continuo flusso di opportunità di crescita anche a lungo periodo.
Gli sviluppi a carattere internazionale sono poi evidenti nell’attività di Parmalat (122 acquisizioni in 31 differenti paesi) e in Mapei che attualmente opera in 25 nazioni. Da non sottovalutare sono poi le risorse umane, cioè la capacità di attirare i talenti che andranno a collaborare con l’imprenditore nei settori chiave.
Al contrario, la crescita spesso si arena su progetti a breve termine, sull’incapacità di oltrepassare i limiti tradizionali di un mercato ormai consolidato, o sulla scarsa fiducia verso le acquisizioni, specie se a carattere internazionale. Ma probabilmente la principale causa di involuzione risiede nella sottovalutazione delle risorse umane, nella scelta di gestire l’azienda sempre e comunque come un “bene di famiglia”, anche quando le capacità gestionali delle nuove generazioni non reggono il confronto con i fondatori delle società e con l’evoluzione del mercato.

Al traguardo della Borsa solo l’8%.

A questo punto appare quasi scontata l’importanza della quotazione in Borsa. A fugare ogni dubbio, come sempre, vengono in nostro soccorso i numeri: dalle analisi comparate relative allo sviluppo e alla redditività delle imprese risulta che le aziende quotate crescono a velocità doppia rispetto a quante disertano Piazza Affari. Il tasso di crescita del fatturato tra il 1996 e il 2000 per le aziende quotate ha fatto registrare un +12% contro il +5,6% delle non quotate. Ugualmente diversa la percentuale di redditività sul fatturato, che va dall’8,1% al 6,5%. La quotazione in borsa realizza quindi migliori performance di crescita dovute a una maggior disponibilità di capitale, al rafforzamento dell’immagine dell’azienda a livello internazionale, allo sviluppo più redditizio della gestione dell’impresa e anche alla rinnovata capacità di attrarre i migliori cervelli disponibili.
Solo l’8% delle imprese italiane che potrebbero entrare in Borsa hanno tuttavia compiuto il “grande passo”. Una percentuale decisamente esigua e che, in realtà, andrebbe ulteriormente ridimensionata in considerazione del fatto che talvolta i flottanti in gioco sono estremamente ridotti e che, pertanto, talune imprese continuano a essere gestite a “livello familiare”.
Ancora una volta è poi il confronto a livello europeo a fornire il polso della situazione: in Gran Bretagna il 45% delle imprese quotabili è realmente presente sul listino.

I fondi: un acceleratore del processo.

Come ci dimostrano alcune realtà consolidate più volte citate in questa sede, Ipo (initial public offering) supportati da fondi private equity si sono dimostrati validi strumenti per accelerare l’ingresso in Piazza Affari. Questi fondi riducono i rischi economici, forniscono liquidità, competenze finanziarie, importanti contributi derivati dalle acquisizioni internazionali...
Eppure in Italia permane una sostanziale diffidenza nei confronti delle soluzioni private equity. La strada che porta all’ingresso di un capitale di minoranza (development capital) viene solo saltuariamente battuta, mentre il buy out, la cessione della maggioranza, si registra solo in assenza di una successione all’interno della famiglia imprenditrice. Questa tendenza, oltre a motivi psicologici di divisione del potere, nel recente passato era probabilmente dovuta all’assenza di esperti interlocutori finanziari specializzati in private equity. Un vuoto, questo, che oggi è stato pienamente colmato con la presenza nel nostro paese dei fondi private equity internazionali che vanno ad aggiungersi agli istituti bancari e ai consulenti che, attualmente, sanno supportare in modo adeguato qualsiasi esigenza di un imprenditore.

Le aziende italiane quotate crescono di più ed in modo più profittevole rispetto a quelle non quotate.


Gli imprenditori italiani non amano quotarsi in borsa.

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