Ricerca: passaporto per il futuro.

La nuova legge sui brevetti garantisce i diritti di proprietà e almeno il 50% dell’usufrutto economico dell’invenzione al ricercatore pubblico.

Finalmente qualcosa si muove, dal punto di vista industriale, anche in ambito universitario e statale. Dopo le belle iniziative del Politecnico di Milano e delle università consociate (Spazio Tecnico n. 19), l’innovazione tecnologica viene ora promossa anche dall’articolo 7 della legge sulla regolamentazione dell’economia sommersa, finalizzato a garantire, attraverso una serie di incentivi, l’attività di ricerca dello scienziato che opera in ambito pubblico.

Un gap di antica data che doveva essere colmato.

Questa legge giunta purtroppo al traguardo solo ora, viene ad inserirsi nel panorama della ricerca universitaria e pubblica italiana, caratterizzata da un’insufficiente produzione tecnologica applicata all’industria. Una situazione che trova un importante indice di valutazione nella concessione dei brevetti alle università da parte dell’Epo. Questa speciale classifica, che pure ci vede sopravanzare molti partner europei, vede tuttavia l’Italia soccombere, e largamente, nei confronti di Gran Bretagna e Stati Uniti, due realtà che tradizionalmente investono, e molto, sulla ricerca.
I perché di questo gap tecnologico vanno essenzialmente ricercati nella mancanza di competitività che caratterizza i nostri atenei e la ricerca pubblica in genere, unita, almeno sino ad oggi, all’assoluta inesistenza di alcun tipo di incentivo.

Un primo passo avanti nella giusta direzione.

La soluzione ideale di questo stato di cose probabilmente prevede il totale rivoluzionamento dell’attuale assetto universitario e di conseguenza tempi lunghi e infinite polemiche. Per ora quindi accontentiamoci di quanto previsto da questa nuova legge sui brevetti, che garantisce i diritti di proprietà e almeno il 50% dell’usufrutto economico della sua invenzione al ricercatore pubblico, e che si propone diverse finalità riassumibili in quattro punti essenziali:
1) incentivare i ricercatori pubblici a realizzare invenzioni brevettabili da trasferire poi al mondo industriale
2) dare un nuovo orientamento alla comunità scientifica indirizzandola verso la ricerca applicata e tecnologica in un’ottica di collaborazione con le imprese
3) operare affinché le università e gli enti di ricerca costituiscano “Uffici brevetti” e “liaison office” (uffici di collegamento) con il mondo industriale
4) aumentare la capacità di attrarre talenti da parte dell’attività di ricerca applicata.

Cosa cambia rispetto al passato.

Pur non segnando una vera e propria rivoluzione, questa nuova legge rappresenta un’importante svolta rispetto al passato. La costituzione di “Uffici brevetti”, infatti, non solo è innovativa, ma prevede, in caso di inadempienza di un istituto accademico, la possibilità di ricorrere, da parte parte dei ricercatori, a società brevettuali o di trasferimento tecnologico private o facenti capo ad altre università. Inoltre l’attrattività della carriera di ricerca in enti pubblici, a fronte di stipendi ridotti rispetto all’identica funzione svolta presso istituti privati, garantisce una più profonda tutela dell’attività inventiva, oltre a migliori condizioni di lavoro e infrastrutture.

Le proposte dei rettori: il modello USA.

I rettori delle università italiane, supportati anche da Confindustria, si erano addirittura sbilanciati in una proposta che prevedeva la proprietà della ricerca all’istituzione, con il suo passaggio al ricercatore nel caso in cui, entro 6/12 mesi, l’università o l’ente non avesse proceduto alla brevettazione. Al ricercatore sarebbe inoltre stato garantito un terzo dell’usufrutto economico.
Una simile proposta, di stampo statunitense, è però probabilmente troppo avanzata per il modello italiano non ancora evoluto in senso competitivo. Infatti ben poche università, fatta eccezione per i Politecnici, avrebbero le capacità e le motivazioni per trasferire, ottimizzandolo, un brevetto al mondo dell’impresa.
Ben diversa, come detto, la situazione statunitense dove, in presenza di istituti di ricerca che agiscono come vere e proprie imprese, è ad essi che viene assegnata la proprietà del brevetto, mentre un terzo dell’usufrutto va al ricercatore.
Non è un caso, dunque, che proprio gli Stati Uniti rappresentino il punto d’arrivo dei cervelli in fuga non solo dall’Italia ma dalla maggior parte dei paesi europei. Alcuni dei nostri più importanti scienziati sono riusciti a creare negli Stati Uniti autentici imperi economici in settori quali le telecomunicazioni e le biotecnologie.

Innovazione sì ... ma con calma.

Le aziende italiane si trovano a un nodale bivio strategico: continuare a investire sulla velocità, oppure orientarsi verso una maggior prudenza nell’immissione sul mercato di nuovi prodotti, privilegiandone i contenuti. Pensare infatti di conciliare tra loro queste due variabili (velocità di lancio e innovazione di prodotto) è impresa quanto mai difficile. E se è vero che la rapidità, nella maggioranza delle imprese, rappresenta sempre un’imprescindibile “dogma” della competizione, è altrettanto vero che proprio questa corsa sfrenata spesso ha spinto a immettere sul mercato un elevato numero di prodotti con minimi elementi di progresso.
Si è così generata una reazione, nei numeri però ancora contenuta, opposta e contraria: una vera e propria controtendenza che mira a sviluppare prodotti realmente innovativi, addirittura capaci di anticipare le richieste dei clienti. Ad evidenziare questo fenomeno è stata recentemente l’analisi condotta dalla Sda Bocconi in collaborazione con Il Sole 24 Ore.
L’International Best Factory Award (Ibfa) è un progetto di benchmarking (programma di valutazione delle prestazioni) che monitora le prestazioni produttive e logistiche in vari settori industriali. Nel 2001 hanno partecipato all’Ibfa 140 aziende che sono divenute oggetto dell’analisi dell’Area tecnologica della Sda Bocconi.
I dati delle 140 aziende aderenti al benchmarking Ibfa hanno palesato un deciso freno nei confronti della velocità di sviluppo: oltre il 90% delle imprese registra infatti piani di lancio di nuovi prodotti estremamente contenuti. Tutte queste aziende pianificano per i prossimi tre anni l’immissione di prodotti nuovi pari a solo all’1% sul numero totale di referenze del proprio portafoglio. La maggior parte di queste imprese tende a limitare quindi la propria originalità, per orientarsi verso la produttività e il servizio per il cliente.
Ma pure in quest’ambito di processi industriali di ridotta originalità, le aziende “best practices” dell’International Best Factory Award riescono a conciliare elevati standard logistici-produttivi a una marcata tendenza innovativa, che però si associa a tempi di sviluppo leggermente più lunghi rispetto alle medie del proprio settore di appartenenza. Queste aziende, che confutano il teorema “velocità=obiettivo principale”, mirano a conciliare l’innovazione produttiva con la qualità, la flessibilità e il servizio al cliente. Tali imprese, che spesso sono inserite in contesti fortemente concorrenziali, ricercano sistematicamente una innovazione di prodotto che si basi su contenuti spiccatamente originali, in grado di creare differenza con i concorrenti. Per raggiungere questi obiettivi, le “best practices”, nella fase di gestione del progetto di sviluppo di un nuovo prodotto, ricorrono a tecnologie di supporto alla progettazione e di comunicazione e alla condivisione delle informazioni. Inoltre la ricerca della qualità parte già dalla fase di progettazione e continua durante l’intero ciclo di sviluppo.
In ultima analisi appare quindi essenziale il raggiungimento di un equilibrio tra velocità e innovazione. L’esperienza delle best practices all’interno del programma Ibfa, testimonia che è vincente la decisione di puntare su un’innovazione che si possa definire sostenibile sia in termini di impegno delle risorse umane dell’azienda, sia come ricettività del mercato. Troppo spesso, infatti, il mercato è stato invaso da un eccessivo numero di “pseudonovità” caratterizzate da infinitesimali incrementi qualitativi e di performance e che, di conseguenza, non possono raggiungere gli obiettivi che l’azienda si era prefissata al momento del varo del nuovo prodotto.

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