| Mercati esteri
Check-up sullexport made in Italy.
I rischi delleconomia globale.
Leconomia è un delicato sistema di equilibri che si gioca non più a livello nazionale, ma investe, specialmente per quanto concerne le realtà più evolute, un orizzonte fortemente globalizzato, dove fluttuazioni o cambiamenti locali si riversano inevitabilmente in una dimensione transazionale, interessando tutti quei mercati che proliferano nelleconomia del terzo millennio.
Proprio per questo una particolare crisi economica che interessa anche solo un ristretto numero di paesi industrializzati si traduce spesso in una congiuntura sfavorevole a carattere internazionale che può mandare in crisi le capacità di esportazione delle singole produttività locali.
Casi come questi possono mettere in ginocchio le esportazioni di intere aree geografiche che non presentano uneconomia solida, diversificata nei settori merceologici e negli sbocchi naturali e a forte consistenza tecnologica.
La ricerca di Unioncamere-Prometeia.
I rischi connessi con linternazionalizzazione e la conseguente capacità di reazione ai contraccolpi del mercato sono stati analizzati da una interessante ricerca di Unioncamere-Prometeia, che ha realizzato un vero e proprio check-up sulla vulnerabilità allinternazionalizzazione delle 103 province italiane. Ne è scaturito, comera logico attendersi, un quadro dai toni fortemente contrastati: 33 province, geograficamente ubicate al centro-nord, mostrano uninvidiabile solidità economica, mentre altre 38, dislocate pur con qualche eccezione per lo più a sud, mostrano una profonda debolezza strutturale.
La ricerca si è mossa attraverso quattro fondamentali discriminanti: il valore pro capite, la concentrazione settoriale, quella geografica e la tecnologia implicita. Tutti parametri che hanno permesso di creare un indice sintetico di rischio e, quindi, di stilare una vera e propria classifica di tutte le province italiane.
Ogni singolo indice analizza un particolare aspetto legato alle attività di export. Il valore pro capite delle esportazioni valuta il volume di export in rapporto alla demografia provinciale; la concentrazione settoriale analizza lampiezza del paniere dellexport; la concentrazione geografica fa riferimento ai mercati di sbocco; infine la tecnologia implicita prende in esame, comè ovvio, il livello tecnologico dei prodotti esportati.
Il gap atavico che divide il nord e il sud del paese.
Ancora una volta lanalisi di Unioncamere-Prometeia premia il nord - con le sole eccezioni di Aosta, Asti, Savona e Imperia - e boccia le capacità economiche del sud le cui province, tranne rari casi, si collocano inesorabilmente nelle fasce più basse della valutazione.
Tutto questo a livello generale. Ma unattenta lettura delle cifre fornite da questo studio evidenzia, ad esempio, come il valore pro capite delle esportazioni, pur confermando la sostanziale divisione nord/sud, ponga a rischio le province centro settentrionali affacciate sul Tirreno. Allo stesso modo la concentrazione geografica mette a nudo le difficoltà di Piemonte, Liguria e Trentino Alto Adige e al contempo esalta la struttura geografica di Emilia Romagna, Marche e Abruzzo. La tecnologia implicita è invece premiante soprattutto per quanto concerne le aree metropolitane di maggiori dimensioni (Firenze, Torino, Milano, Roma e Napoli), oltre alle classiche aree fortemente industrializzate di Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia.
Questa ricerca ha infine permesso di stilare una sorta di classifica dellexport che mette ancor di più in evidenza le enormi differenze tra le 103 province che compongono leterogenea realtà del nostro Paese.
Milano con i suoi oltre 38 miliardi di euro è la provincia che nel 2001 ha esportato di più, seguita, a siderale distanza, da Torino (15,9 miliardi) e Vicenza (11,8 miliardi). La classifica è mestamente chiusa da Enna che nel 2001 ha esportato per soli 16 milioni di euro.
Lapproccio delle PMI ai mercati esteri.
E le PMI come si comportano rispetto alle dinamiche dellinternazionalizzazione?
Per rispondere a questa domanda ancora una volta ci viene in aiuto unindagine condotta da Confartigianato su 500 imprese esportatrici associate. Una ricerca che, come spesso accade, premia le PMI più dinamiche, che usufruiscono dei servizi reali allinternazionalizzazione, che si dimostrano maggiormente aperte verso nuovi mercati e partecipano con maggior assiduità a fiere internazionali.
Nel complesso lapproccio internazionale delle aziende di piccole e medie dimensioni appare ancora decisamente artigianale con solo un 15% di imprese che si avvale di servizi di supporto erogati da enti pubblici o privati; tale quota sale fino al 23% nelle aziende con oltre 9 dipendenti, mentre decresce fino al 7% in quelle con meno di 5 addetti.
Eppure questa esigua pattuglia di imprese che ha scelto di beneficiare dei servizi per lintenazionalizzazione vede poi tradursi questi sforzi in un fatturato export pari al 38%, di ben 10 punti percentuale più elevato rispetto alle aziende che si orientano verso lestero con un approccio fai da te. Il dinamismo economico di queste imprese si evidenzia inoltre con una massiccia partecipazione alle fiere internazionali che si svolgono in Italia (63%) e allestero (49%), con la capacità di investire su nuovi mercati (24%) o in accordi con aziende straniere (28%), con lappartenenza a consorzi (36%) e infine con la presenza tra i propri dipendenti di personale in grado di parlare almeno una lingua straniera (89%).
Di fronte a questi dati la fornitura di servizi di nicchia più orientati al mondo delle imprese appare quindi la nuova strada che devono imboccare le associazioni imprenditoriali. Una via che porterà questi soggetti di rappresentanza a favorire unapertura verso il mercato oltre i confini nazionali attraverso la ricerca di referenti allestero, la partecipazione a manifestazioni a carattere internazionale, la preparazione di incontri daffari, lassistenza per accordi commerciali e produttivi. Tutta una serie di attività volte a incentivare unapertura verso lestero intelligente e mirata.
Cristiano Pinotti |