Il credito deprime le PMI italiane.

Le piccole e medie imprese, che costituiscono la spina dorsale del sistema industriale del nostro paese, spesso non sono adeguatamente sostenute dal mondo finanziario. Drammatica la situazione per le start up.

Il credito: un campo d’azione molto ristretto.

Il sistema bancario italiano, anche a causa della cattiva congiuntura economica, sta sempre più centellinando le risorse economiche da destinare alle imprese di piccole e medie dimensioni. Le PMI, con lo stallo dei corporate bond, la mancanza di fondi specializzati e il sempre più difficile accesso ai prestiti vedono così restringersi pericolosamente l’imbuto delle proprie possibilità di azione.
Solo per citare alcuni dati recenti, le banche vantano crediti nei confronti delle imprese per oltre 550 miliardi di euro, mentre i titoli obbligazionari emessi da società italiane non finanziarie raggiungono i 67 miliardi. Numeri che mostrano un rapporto tra corporate bond e prestiti bancari diametralmente opposto a quanto succede negli Stati Uniti.
In America, infatti, i corporate bond pesano sulle passività aziendali per ben il 52,9%, mentre i prestiti bancari si attestano al 16,9%. Il credito rivolto alle imprese negli Stati Uniti pertanto si delinea come notevolmente più progredito rispetto al contesto italiano. E ciò si traduce in una maggior flessibilità finanziaria per l’intero sistema produttivo statunitense. Eppure il peso del prestito obbligazionario italiano è in linea, o al più leggermente al di sotto, della media dei nostri partner europei più significativi.

Le pmi di fronte alla crisi finanziaria.

Eppure l’elenco delle piccole e medie imprese che si trovano sempre più spesso in difficoltà finanziarie pare destinato ad allungarsi. Ciò anche a causa di noti crack finanziari, su tutti il caso Cirio, che hanno sostanzialmente bloccato il mercato italiano delle obbligazioni societarie senza rating.
Altre difficoltà vengono poi incontrate nei casi di tutte quelle imprese che, dovendo finanziare acquisizioni, si trovano con linee di credito bancarie già piene. Fonti di finanziamento alternative potrebbero essere rappresentate dall’entrata in borsa, dal prestito bancario in pool, o dal collocamento privato di obbligazioni ad alto rendimento in fondi specializzati stranieri.

Le nuove imprese alla ricerca del credito.

La situazione diventa poi drammatica quando sono le nuove idee imprenditoriali a rivolgersi alle banche. Le risorse, infatti, per la maggior parte dei casi vengono concesse solo in cambio di garanzie “alla luce del sole”, ovvero immobili o quant’altro che con estrema difficoltà un giovane aspirante imprenditore può possedere. E i numeri, ancora una volta, parlano chiaro: nel 2002 solo 49 aziende hanno beneficiato di un finanziamento bancario, con un sostanziale ridimensionamento delle cifre del 2001 (222 operazioni finalizzate alla nascita di nuove imprese) e del 2000 (anno record con 339 operazioni). La banca, se si considera il fatto che la scarsa disponibilità finanziaria è l’ostacolo principale per la nuova impresa almeno nel 75% dei casi, diviene sempre più la “tomba” per le nuove idee che vanno a scontrasi con la diffidenza e la superficialità che gli istituti di credito mostrano nei confronti di qualsiasi nuovo progetto di old o new economy.
Il new business viene così sempre più spesso dirottato verso i fondi pubblici che, come si evidenzia nel caso più eclatante rappresentato da Finlombardia, solo nel 2002 ha finanziato oltre cinquecento “imprese giovani”.

I requisiti patrimoniali secondo Basilea 2.

Altro ostacolo che si profila nei confronti dei finanziamenti alle piccole e medie imprese, è la normativa, denominata “Basilea 2”, sui requisiti patrimoniali delle banche, che, giunta alla terza versione, pare abbia cercato di risolvere, almeno in parte, alcuni dei nodi individuati da Tremonti. Il nostro Ministro per l’Economia ha infatti più volte sottolineato come le regole messe a punto dal Comitato di Basilea, che sotto la guida del presidente della Federal Reserve di New York riunisce le autorità di vigilanza dei maggiori Paesi, tendano a rendere estremamente esiguo e costoso il credito verso le PMI.
A difesa della nuova bozza di “Basilea 2”, che ora attende tre mesi di disamina da parte di autorità ed esperti prima della difinitiva approvazione, Roger Ferguson, vicepresidente della Federal Reserve, ha invece affermato che le nuove norme diverranno una sorta di “allarme preventivo” sui rischi affrontati dalle banche, mettendo in allerta gli istituti di credito, le autorità di vigilanza e il pubblico.

Il salto di qualità nella gestione del credito.

Le nuove norme otterranno però i nefasti sviluppi paventati da Tremonti, solamente se non correttamente interpretate. Anzi, la loro applicazione dovrebbe migliorare le disponibilità creditizia per tutte le aziende “sane”, che andranno selezionate non in base alle dimensioni, ma sotto il profilo del merito.
Lo spirito della normativa andrà infatti interpretata dalle banche con l’obiettivo di compiere un vero e proprio salto di qualità nella gestione del credito. “Basilea 2” deve tendere a rendere il credito più trasparente, sicuro ed efficace, dando in primo luogo la possibilità a ogni singola banca di valutare in modo continuo il livello di rischio del proprio portafoglio crediti. Inoltre le banche potranno mettere in relazione, in modo totalmente trasparente, i tassi praticati ai clienti con il loro livello di rischio. Un’analisi rischio/rendimento sino ad ora pressoché inesistente.
Infine, ed è forse questo l’aspetto che interessa di più le vitali imprese di dimensioni ridotte, dovrebbe essere introdotta una valutazione più precisa del merito del credito dei clienti, anche dei più piccoli, attraverso sistemi di “internal rating”. Le banche si troveranno così a prestare soldi a imprese solide ad un prezzo commisurato al rischio finanziario connesso all’operazione. In quest’ottica appare evidente come tante PMI gestite con oculatezza dovrebbero divenire per le banche clienti maggiormente appetibili di tanti colossi industriali. Almeno, speriamo.

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