| Competitività: ultima chiamata per lItalia.
Il rapporto sulla Global Competitiveness Resort del World Economic Forum evidenzia unulteriore e costante discesa da parte del nostro Paese. È la lentezza esasperante della burocrazia la causa principale. Le proposte di Confindustria per riacquistare competitività.
Continua purtroppo la discesa italiana nella classifica della Global Competitiveness Resort, redatta dal World Economic Forum.
Per il terzo anno consecutivo, il nostro Paese perde posizioni in questa speciale graduatoria, preparata combinando elementi di macroeconomia con una serie di rilevamenti di opinione tra manager ed imprenditori, che misura le potenzialità di crescita dei prossimi 5-8 anni.
Continua purtroppo la discesa italiana nella classifica della Global Competitiveness Resort, redatta dal World Economic Forum.
Per il terzo anno consecutivo, il nostro Paese perde posizioni in questa speciale graduatoria, preparata combinando elementi di macroeconomia con una serie di rilevamenti di opinione tra manager ed imprenditori, che misura le potenzialità di crescita dei prossimi 5-8 anni.
In soli 12 mesi, leconomia italiana è passata dal 33esimo al 41esimo posto.
Tra coloro che ci hanno sopravanzato figurano le europee Malta, Lussemburgo, Lettonia, Lituania e Repubblica Ceca, oltreché Botswana, Giordania e Thailandia. Nazioni che vivono su di una tradizione economica ben diversa dalla nostra, ma che sono riuscite a sorpassarci, più che per loro meriti particolari, a causa di una serie di fattori critici che nel nostro Paese rallentano le prospettive di sviluppo delleconomia.
La burocrazia come fattore critico principale.
Alla berlina in primo luogo la nostra burocrazia: troppo lenta ed inefficiente, è stata valutata come uno dei fattori maggiormente critici per la nostra economia. Sia le imprese italiane che gli investitori esteri rilevano le grandi difficoltà causate da costi troppo elevati per lavviamento di una azienda, da procedure esasperanti anche solo per lautorizzazione allampliamento di uno stabilimento, da iter complessi per il conseguimento dei visti di lavoro, tutti elementi questi che frenano gli investimenti esteri nel nostro Paese.
Alcuni dati rendono più chiaro il quadro di incertezza e difficoltà in cui vivono ogni giorno le imprese italiane.
Nel nostro Paese, lapertura di una azienda costa al futuro imprenditore ben 7mila Euro, oltre quattro volte la media delle Nazioni dellUnione Europea, attestata a 1700 Euro. Sono poi 35 i giorni lavorativi necessari per sbrigare le pratiche per lavviamento di una srl oppure di una snc.
Anche la soluzione legata allo Sportello Unico, che avrebbe dovuto semplificare il rapporto tra amministrazione pubblica ed imprese, a poco è servita per lenire lo stato di incertezza in cui le imprese italiane lavorano. Presentato a metà degli anni Novanta come la soluzione definitiva di tutti i problemi di rapporto tra enti pubblici e mondo imprenditoriale, in realtà è stato frenato fin dal suo nascere da questioni organizzative. In 5 anni solo il 56% dei comuni italiani si è infatti dotato di uno sportello unico, e nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di strutture solo formalmente operative.
Le altre criticità e il confronto con gli Stati Ue.
La carenza di infrastrutture adeguate, la rigidità del mercato del lavoro, una tassazione ancora troppo elevata, la costante instabilità politica e di governo e una difficoltà diffusa nellaccesso ai finanziamenti sono le altre criticità che secondo il rapporto del World Economic Forum ci penalizzano.
Il gap aumenta se lo si confronta poi con ciò che sono riuscite a fare le altre nazioni europee. Finlandia, Norvegia, Svezia, Danimarca, Svizzera e Islanda sono tra le prime 10, e pure Germania e Francia si classificano meglio di noi, salendo oltretutto in graduatoria, grazie proprio al fatto che entrambe hanno proceduto a snellire la propria macchina amministrativa.
Ma ci sono anche altri fattori a rendere problematica la situazione.
Un altro limite: la struttura delle imprese.
LItalia infatti, rispetto ai propri partner Ue, si sorregge ancora troppo, dal punto di vista imprenditoriale, sulla miscela composta da aziende di famiglia e distretti industriali, penalizza così il ruolo degli investitori stranieri nel mercato economico. Solo il 6,8% degli azionisti delle imprese del nostro Paese sono infatti stranieri, a fronte del 21,6 di quelle della Gran Bretagna e del 13,1 di quelle della Germania.
Cè poi da tenere in considerazione il fatto che, per quanto riguarda la struttura economica a gruppi, lItalia utilizza ancora un sistema piuttosto artigianale, detto dei gruppi informali, fondato su di una struttura di partecipazioni incrociate poco sofisticata.
La ridotta dimensione delle Pmi italiane, unitamente ad un rapporto troppo disorganizzato con il mondo universitario e alla scarsità di finanziamenti e investimenti pubblici, bloccano poi lafflusso di innovazioni significative nel comparto economico.
Sullinnovazione italia ferma da 10 anni.
Cresce infatti, secondo il terzo rapporto dellOsservatorio Enea, il divario tecnologico tra il nostro Paese, gli Stati Uniti e le altre nazioni Ue.
Il declino cominciato già ad inizio 1993, con il passare degli anni ha mantenuto una ben precisa direzione in discesa, al contrario dei nostri partner europei che sono riusciti, chi più e chi meno, ad uscire dalla situazione di stallo e a compiere passi avanti significativi.
A causa dellarretratezza del nostro sistema produttivo rispetto a quello delle Nazioni a noi concorrenti, il gap tra noi e loro, nellambito delle innovazioni, é continuato ad aumentare. Paesi come Germania e Francia hanno saputo invertire la tendenza discendente, mentre lItalia ha proseguito sulla strada del declino. Se nel triennio 93-95 la quota di brevetti conquistata a livello mondiale dal nostro Paese era del 2,11%, nel biennio 96-97 è scesa al 2,01 e nel 98-99 all1,79. Nel medesimo lasso di tempo la Germania è passata dal 13,9 al 15% e la Francia dal 6,5 al 7,3. In questi tre periodi è scesa pure la percentuale relativa alle esportazioni di prodotti ad alta tecnologia dai confini del nostro Paese (dal 2,94% del primo al 2,72 del secondo fino al 2,48 dellultimo), e cresciuto in maniera esponenziale, superando addirittura i livelli pre-svalutazione della Lira, il disavanzo commerciale nei settori tecnologici, balzato oltre quota 9 miliardi di euro.
Questi dati non sorprendono, se li si rapporta a quelli relativi agli investimenti effettuati da aziende e Stato nel campo dellinnovazione tecnologica.
Tra il 1990 ed il 1998 la spesa delle nostre imprese in questo campo é scesa di quasi un terzo, passando dallo 0,75% del loro Pil allo 0,55. Di pari passo si é mosso anche lo Stato: in questi 8 anni la percentuale di Prodotto Interno Lordo destinata alla tecnologia é calata dal 19,3 al 13,3.
Cristiano Pinotti |