| PICCOLE E MEDIE IMPRESE: LA RISPOSTA ITALIANA ALLE MULTINAZIONALI.
Il dinamismo delle PMI italiane sopperisce alla mancanza di slancio della grande industria e delle imprese multinazionali. Ma a monte manca una politica industriale strutturata che consenta una crescita più agevole di questo tessuto.
In uneconomia come quella del nostro Paese, dove la grande industria continua a non mostrare segnali di ripresa, sono ancora una volta le piccole e medie imprese a distinguersi nei processi di trasformazione e di sviluppo. Nonostante le difficoltà, le PMI continuano a mantenere e ampliare le proprie quote di mercato estero, confermando il proprio fondamentale ruolo allinterno del sistema economico italiano.
Continuano a crescere, seppur lentamente, le piccole e medie imprese italiane. In un quadro economico come quello del nostro Paese, dove si assiste ad una costante crisi della grande industria, incapace di uscire da un trend con costanti segnali negativi, le PMI ancora una volta si dimostrano vive.
Senza una politica di intervento che favorisca lo sviluppo e il sostegno alla grande impresa, tocca infatti alle aziende medio-piccole fare da motore dei comparti produttivi italiani. Ruolo che alle PMI per ora riesce piuttosto bene, soprattutto in alcuni settori privilegiati come quello dei distretti industriali, dove non solo mantengono costante la propria presenza sul mercato estero, ma riescono addirittura ad ampliarla.
I soggetti che stanno al centro del rinnovamento.
A dare una spinta allo sviluppo delle PMI cé in primo luogo un fattore di tipo sociale. Limprenditoria italiana infatti sta divenendo sempre più giovane e preparata dal punto di vista culturale e tende sempre maggiormente a cooperare per raggiungere una crescita altrimenti difficile da perseguire.
Gli ultimi rilevamenti statistici non fanno che confermare questo trend.
Secondo i dati del rapporto LItalia delle imprese ad esempio, redatto dalla Fondazione Nord-Est-Il Sole 24 ore, il 69% circa degli imprenditori sotto i 50 anni ha in mano un diploma superiore, mentre oltre il 16% di essi possiede una laurea. Le aziende che posseggono sono solitamente di piccole dimensioni, inserite soprattutto nel settore dei servizi.
Ma il dato più interessante riguarda lo spirito di collaborazione che muove il loro operato. Ad un orientamento fortemente individualista infatti limprenditore moderno va pian piano sostituendo un costruttivo indirizzo collaborativo con i propri colleghi, per il perseguimento di obiettivi comuni.
La concorrenza sempre più spietata e le difficoltà delleconomia fanno infatti propendere i proprietari di PMI verso un comportamento maggiormente cooperativistico. La maggioranza di essi ritiene che solo attraverso consorzi e fusioni si possano perseguire quegli obbiettivi di competitività, internazionalizzazione e crescita che le aiutino a sopportare con maggiore tranquillità concorrenti sempre più agguerriti.
Limpatto di questa politica sui mercati esteri.
Competizione sì quindi, ma fronte comune per ampliare la propria presenza nel mercato internazionale.
Una rivoluzione che sta facendo cambiare ruolo e competenze delle PMI, sempre più internazionalizzate. Alcune associazioni imprenditoriali si sono già spinte ben oltre il consueto ambito operativo delle piccole e medie imprese, organizzandosi per dare una spinta allampliamento degli orizzonti commerciali dei propri affiliati. Il lavoro svolto sui vicini paesi dell Est-europeo è solo un primo passo di una operazione che su larga scala coinvolge ormai anche Cina, Brasile, Russia e India, e che punta ad un potenziamento della competitività e della presenza sul mercato.
Potenziamento che però, per essere pienamente sfruttato dalle PMI, deve essere sostenuto a sua volta da una serie di interventi strutturali. Se infatti il mondo della grande industria va aiutato, anche il sistema delle piccole e medie imprese ha bisogno di una progettazione generale che permetta unimplementazione dellefficienza produttiva e tecnologica con minore impatto di costi sullimprenditore.
La cultura imprenditoriale a sfondo cooperativo va ancor più accresciuta, soprattutto nei sistemi locali e per quanto riguarda innovazione delle tecnologie e preparazione del personale. Al tempo stesso anche il territorio che ospita le PMI deve cambiare, dotandosi di infrastrutture e risorse che favoriscano sviluppo e produttività e di politiche di tipo industriale che si differenzino a seconda dei bisogni delle singole realtà.
Una serie di evoluzioni questa, favorita anche dalla dinamicità delle PMI, che risalta soprattutto se comparata con le perduranti difficoltà del comparto della grande industria.
Come evidenzia lanalisi Mediobanca-Unioncamere sui distretti industriali, già nel periodo antecedente la crisi economica, nel quinquennio 1996-2000, le PMI hanno messo in evidenza un dinamismo di grande spessore, anche in presenza di una tassazione proporzionalmente più pesante rispetto a quella che colpiva in quel lustro le imprese di maggiori dimensioni. Una crescita a 360°, sia per fatturato (+26,5%) che per export (+36,4%), creazione di posti di lavoro (+12,1%) e produzione di valore aggiunto (+24,6%).Tra il 1997 ed il 2002 poi è nato un gran numero di nuove società di capitale in quelle zone, come il nord est del Paese, dove le piccole e medie imprese sono più diffuse.
Le medie imprese: un segmento vitale.
In questo contesto, sono soprattutto le medie imprese a far registrare le migliori performances. Si tratta, in realtà, di un segmento piuttosto contenuto sotto il profilo numerico: se infatti consideriamo come soglie dimensionali il fatturato (tra i 13 e i 260 milioni di Euro) e i dipendenti (fra i 50 e i 499), sono complessivamente poco meno di 8.000 in tutto, ma per la metà controllate da grandi imprese italiane o estere. Eppure, dati alla mano, crescono costantemente di numero e di dimensioni, investono più delle grandi e creano più lavoro, sono patrimonialmente solide ed economicamente competitive e fanno registrare una buona redditività.
Questi soggetti imprenditoriali sono concentrati prevalentemente nel Nord Ovest e nel Nord Est: la Lombardia, in particolare, ne è per molti versi la culla delezione, se è vero che ospita il 20,3% delle imprese manifatturiere italiane ma il 32,6% di quelle di media dimensione. A livello settoriale, la meccanica, i beni per la persona e per la casa (il tessile e labbigliamento, la pelle e il cuoio, il legno e i mobili e le ceramiche e i prodotti per ledilizia) sono le aree di attività dove maggiormente sono operative.
Il peso che le medie imprese occupano nello scenario economico italiano è presto detto. A livello di valore aggiunto dellindustria manifatturiera, le medie società rappresentano il 13% (contro il 24% delle grandi e il 63% delle piccole). Ma dal 1996 al 2000 il loro sviluppo (+24,6%) è stato nettamente superiore sia di quello delle grandi aziende (+14,8%), sia del Pil italiano (+18,6%).
Anche sotto il profilo della creazione di posti di lavoro, il dinamismo delle medie imprese è stato esemplare: nello stesso quadriennio ha fatto segnare un + 12,1%), a fronte di una riduzione del personale da parte delle grandi industrie pari al 5,3%.
Quanto allexport è cresciuto nelle medie del 36,4%, contro un +28% delle grandi. Il fatturato, infine, è cresciuto del 29,7%.
Un altro dato che fotografa il dinamismo del segmento delle medie imprese è senza dubbio rappresentato dal tasso medio dinvestimento che, sempre tra il 1996 e il 2000, è stato del 10,8% (contro un 8,9% delle multinazionali europee) e la crescita delle immobilizzazioni materiali, pari al 38,1%. Per farvi fronte, tuttavia, mentre il fabbisogno per gli investimenti tecnici e finanziari è stato coperto da risorse proprie, quello per il circolante è stato coperto da nuovi debiti finanziari.
Ciò la dice lunga sulla solidità finanziaria di queste imprese. Ma, al tempo stesso, evidenzia uno scarso interesse che esse sembrano mostrare verso la Borsa e il mercato azionario.
Matteo Corno
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