SEMPLIFICARE LE REGOLE
PER ESSERE PIÙ COMPETITIVI

Le aziende italiane chiedono sempre maggiore snellimento di una burocrazia che è avvertita come un ostacolo all’attività e non uno strumento di supporto. Anche dalla capacità del “pubblico” di vincere questa sfida dipende il successo delle nostre imprese.

LA BUROCRAZIA FRENO ALLA COMPETIZIONE.

Il peggior nemico delle imprese? La burocrazia che frena la libera iniziativa e complica i rapporti fra mondo produttivo e pubblica amministrazione.
È un’opinione diffusa fra le aziende italiane, oltre che il risultato di un’indagine del Formez, realizzata su incarico del Dipartimento della Funzione Pubblica in collaborazione con le associazioni imprenditoriali.
Tra gli ostacoli principali alla rapidità delle procedure amministrative al primo posto (77%) viene evidenziato da un campione di imprenditori l’alto numero di Amministrazioni coinvolte. Seguono l’incertezza nell’interpretazione delle normative di settore (69%) e la mancanza di chiarezza nelle competenze di ciascuna amministrazione (65%). Infine la richiesta dello stesso documento da parte di più enti (62%), la richiesta di più documenti rispetto a quelli previsti dalla normativa (51%) e la modulistica complicata (42%).
È importante segnalare come questi dati sostanzialmente non varino da regione a regione. Insomma, l’imprenditoria italiana, da nord a sud, si lamenta dell’eccessiva cavillosità della nostra burocrazia. A tutto questo si è aggiunta, ovviamente, la burocrazia europea che in molti casi rischia di creare ulteriori grattacapi.

Tra gli ostacoli principali alla rapidità delle procedure amministrative al primo posto (77%) viene evidenziato da un campione di imprenditori l’alto numero di Amministrazioni coinvolte.
Seguono l’incertezza nell’interpretazione delle normative di settore (69%) e la mancanza di chiarezza nelle competenze di ciascuna amministrazione (65%).

LA SITUAZIONE ITALIANA È TRA LE PIÙ GRAVI.

Va subito detto che c’è poco da stare allegri. In Italia ci vogliono ben 13 procedure amministrative e un totale di 64 giorni per registrare un’impresa (fonte: “Doing business”, World Bank web site su “The global competitiveness report”, World economy forum, 2002/2003). Due dati che pongono l’Italia, in una speciale classifica che tiene conto degli 80 Paesi più industrializzati, al 54° posto (per il numero di procedure da attivare) e al 47° per i giorni impiegati per registrare un’impresa.
Nella prima il nostro Paese è seguito solamente dalla Grecia (67° posto e 16 procedure) mentre nella seconda da Olanda (72 giorni), Portogallo (106) e Spagna (110). Le due classifiche, invece, sono guidate dal Canada dove sono solamente due le procedure e altrettanti i giorni per fondare un’azienda. Una terza classifica, redatta dalla stessa fonte, tiene conto dei costi totali per avviare un’impresa. Ebbene, questa volta al top del ranking c’è la Danimarca dove tale operazione è assolutamente gratuita. In Italia ci vogliono esattamente 4.535 dollari Usa mentre in Canada, al secondo posto, solamente 126. Anche nella vicina Francia bastano 632 dollari per fare impresa.

TUTTO IL MONDO È PAESE. ANCHE LA GRAN BRETAGNA.

Il disagio dei nostri imprenditori non è l’unico. In un convegno organizzato in Italia anche Hugh Morgan Williams, presidente della piccola industria britannica, ha confermato che anche in cima alle richieste delle aziende inglesi c’è la voglia di snellire regole e procedure che, con il passare degli anni, si fanno invece sempre più complesse.
Eppure il governo britannico ha ricevuto le istanze delle piccole e medie imprese, quelle che più sono danneggiate dall’eccessiva burocrazia. Così dal 1997 si è creata dal governo inglese una task force operativa di imprenditori che i legislatori consultano al fine di meglio regolamentare la situazione.
Ne è emersa una linea-guida che si può riassumere nella formula “Think small first”, ossia la regolamentazione deve svilupparsi tenendo presente soprattutto le esigenze delle piccole imprese. Il concetto è semplice: se la norma in questione va bene per i piccoli, allora va bene anche per tutte le altre.

L’INFLUENZA NEGATIVA DELLE POLITICHE DI GOVERNO IN ITALIA.

Purtroppo ogni volta che si parla di semplificazione ci si deve scontrare con le leggi italiane che sono, per loro natura, cavillose.
Il legislatore italiano, infatti, non si è quasi mai limitato a dettare principi generali ma ha finito per privilegiare leggi eccessivamente dettagliate che, proprio per questo motivo, hanno avuto bisogno di continui adattamenti e quindi di nuove leggi. Ciò ha favorito il duplicarsi di procedure che hanno finito col pesare sulla tempistica e quindi con il rallentare lo svolgimento delle pratiche stesse.
In un’economia come quella odierna - quella di internet e del lavoro in tempo reale, dove il fattore tempo è diventato una variabile strategica – si capisce perché le aziende ne escano penalizzate.
L’ennesima indagine internazionale (fonte: World competitiveness Yearbook, Imd, 2003) svolta sull’influenza delle politiche di governo sulla competitività del Paese pone l’Italia al poco invidiabile 38° piazzamento su 49 Paesi presi in considerazione.

Dal 1997 il governo inglese ha creato una task force operativa di imprenditori che i legislatori consultano al fine di meglio regolamentare la situazione.
La linea-guida emersa si può riassumere nella formula “Think small first”: la regolamentazione deve svilupparsi tenendo presente soprattutto le esigenze delle piccole imprese. Se la norma in questione va bene per i piccoli, allora va bene anche per tutte le altre.

COME MIGLIORARE LA SITUAZIONE? IL DECALOGO DEGLI IMPRENDITORI.

Per fronteggiare la situazioni le associazioni imprenditoriali, Confindustria in testa, hanno deciso di stilare un decalogo per la semplificazione che nasce dall’esigenza di ridare slancio al processo di semplificazione che stenta a prendere vigore.
Per fare tutto questo sono state individuate tre categorie di azioni: liberalizzazione, formazione e innovazione tecnologica. La prima “mossa” è la liberalizzazione dell’attività economica che deve mettere l’imprenditore nelle condizioni di ampliare la propria azienda e attività nel rispetto di poche e certe regole. A cui va aggiunto anche il ribaltamento dell’attuale principio secondo il quale, nell’attività d’impresa, tutto deve essere autorizzato.
Questo non significa anarchia ma, appunto, poche norme e di facile attuazione.
La seconda azione riguarda la formazione del personale della pubblica amministrazione che, seppur di fronte ad apprezzabili tentativi, non hanno ancora un’adeguata conoscenza dei problemi dell’impresa.
La terza strada da seguire è l’innovazione tecnologica. La stessa amministrazione pubblica si deve riorganizzare e ammodernizzare offrendo servizi al passo con i nuovi strumenti tecnologici: l’informativa e internet. In questo senso, le proposte sono per la diffusione della firma elettronica e della firma digitale, oltre che del registro elettronico delle imprese.

GLI “SPORTELLI UNICI”: UNO STRUMENTO UTILE ANCORA POCO UTILIZZATO.

La crescente domanda di semplificazione da parte delle imprese guarda con favore al ruolo degli Sportelli Unici per le Attività Produttive ha migliorato il rapporto tra Pubblica amministrazione e imprese.
Soprattutto nel nord Est dove la percezione di uno snellimento della burocrazia grazie allo sportello unico ha riguardato l’80% per cento delle imprese. Purtroppo nelle restanti regioni italiane, soprattutto centro-sud e isole, si è ancora ben lontani da questo trend. Un’indagine di Confartigianato ha dimostrato che con la nascita degli Sportelli Unici i costi per la creazione di nuove imprese si sono dimezzati mentre per i tempi si è passati da una media di 22 a 6 settimane.

Andrea Morleo

Consorzio Distributori Utensili
Caponago (Milano) - tel. 02 95 74 6 081

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