| RICERCA ED INNOVAZIONE: IL CNR A FIANCO DELLE IMPRESE Lobiettivo è stato, sin dallinizio della sua presidenza, rappresentare una risorsa strategica per lo sviluppo socio-economico del Paese. E, per farlo, ha cambiato le regole del gioco, accorciando la distanza con le imprese. Fabio Pistella, presidente CNR, traccia un bilancio della sua attività e parla del futuro.
Presidente, si parla tanto di competitività. Il mondo delle imprese, soprattutto di piccole e medie dimensioni, lamenta ancora una distanza troppo accentuata del mondo della ricerca rispetto alle proprie esigenze. È un pregiudizio o è una realtà? Quali azioni avete intrapreso per accorciare questa distanza? La distanza fra mondo della ricerca scientifica e imprese non è un pregiudizio, spesso è una realtà. Le racconto quello che ho trovato io al CNR, quando sono arrivato nel luglio 2004 e qual è stata la cura che con il cda abbiamo adottato per invertire la rotta, rivoluzionando il modo stesso di fare progetti di ricerca e di tenere rapporti con gli interlocutori. Al CNR ho trovato un ufficio che si occupava di rapporti con le imprese. Mandava circolari a un numero impressionante di aziende, alle quali offriva quei 10/15 brevetti sviluppati negli anni precedenti e chiedeva se cera qualche interesse. Questo è sicuramente il modo migliore non per accorciare, ma semmai accentuare, le distanze con le aziende. Un meccanismo del genere non poteva portare da nessuna parte. Con il nuovo cda abbiamo cambiato le regole del gioco, convinti del fatto che non si possa sviluppare un prodotto e poi andare a chiedere a qualcuno se interessa. Il procedimento deve essere diametralmente opposto e tale da incidere sui tempi, sui costi, sulle modalità di dialogo. Ovvero, in che cosa consiste? Al CNR abbiamo operato una profonda riorganizzazione interna. LEnte,
dopo la riforma attuata con il decreto legislativo N. 127 del 4 giugno
2003, si è dato una missione ambiziosa: rappresentare una risorsa
da valorizzare per lo sviluppo socio - economico del Paese. Un obiettivo
che vogliamo perseguire nella consapevolezza che lattività
di ricerca e sviluppo, determinante per la competitività del
sistema economico nazionale, possa generare nuova occupazione, maggior
benessere e maggiore coesione sociale. Nel nuovo CNR abbiamo stabilito nuove forme di assegnazione dei finanziamenti. In base a questo meccanismo circa il 15% del bilancio -pari complessivamente a circa 1 miliardo di euro- è destinato alla ricerca spontanea a tema libero, quella che gli anglosassoni definiscono curiosity driven; un altro 15% allo sviluppo di competenze (formazione e sviluppo di strumenti); il 70% è destinato a ricerche strategiche che afferiscono a 83 progetti individuati da 11 dipartimenti. Questa organizzazione per progetti favorisce i rapporti con le imprese? È proprio questo lo scopo. Gli 83 progetti rappresentano le
priorità di ricerca individuate dal Consiglio di Amministrazione,
alla cui realizzazione concorrono gli oltre 100 istituti del CNR, in
base alle diverse competenze tecnico scientifiche, attraverso circa
650 commesse. Ogni commessa rappresenta, in sostanza, lapporto
che il singolo istituto può offrire su un determinato progetto.
In particolare, tale meccanismo ha proprio leffetto di cucire
fra loro competenze distribuite in unità organizzative singole,
finora non sufficientemente legate da collaborazioni, valorizzandole
e finalizzandole al conseguimento degli obiettivi strategici, da perseguire
soprattutto con partner esterni. Con quali vantaggi per le imprese? Con il vantaggio di creare le condizioni per uno sviluppo competitivo reale, puntando alla valorizzazione, tramite iniezioni di tecnologia, di tutti quei settori produttivi in cui il marchio made in Italy è sinonimo di tradizione, unita a qualità e originalità. Ad esempio, una tradizione importante, quale è quella rappresentata dai distretti industriali di un tempo, oggi va ripresa e trasformata in una dimensione di distretti tecnologici. Ciò significa iniettare tecnologia, ma significa anche fare un altro grande sforzo mentale, superando la distinzione nella quale ancora siamo immersi, fra settori tradizionali, maturi e settori innovativi. È una distinzione priva di senso: i settori innovativi, che sicuramente sono importanti, non possono rappresentare una componente decisiva del fatturato. Sono però sorgente rilevante di tecnologie indispensabili che, utilizzate in comparti diversi, li ringiovaniscono continuamente e li rendono competitivi. Non credo in una Italia che fa soltanto high - tech o che non lo faccia per niente. Credo, invece, che il nostro obiettivo debba essere unItalia che fa high-tech con il duplice scopo di presidiare i settori tradizionali e di generare conoscenze che mantengono competitivo il nostro high-tech, che, comunque, rappresenterà una componente del nostro sistema produttivo. Si tratta di prospettive molto accattivanti. Tuttavia, ancor oggi, fra le maggiori carenze che le imprese più frequentemente lamentano, figura uno scarso investimento dello Stato in ricerca e uno scarso sostegno alle imprese che vogliono fare ricerca in ambito industriale... Prima di tutto, occorre sfatare il luogo comune che lo Stato investe
poco in ricerca. La percentuale di Pil che lItalia investe in
ricerca è dell1,1% mentre il 2% è la media europea.
Il 3% è invece lobiettivo che il Consiglio di Lisbona del
2000 ha imposto di raggiungere entro il 2010 ai paesi membri, al fine
di fare dellUnione Europea leconomia più competitiva
al mondo. Tralasciando che la tabella di marcia dellAgenda
di Lisbona è in grave ritardo, vediamo nel dettaglio la composizione
di questi numeri. Partiamo da Lisbona. Il 3% è composto dal1%
di investimento pubblico e dal 2% di privato.
Come? E quale può essere il ruolo degli Enti di ricerca? Occorre parlare con le piccole e medie imprese, perché sono
quelle che hanno difficoltà ad investire in ricerca. Non possiamo
limitarci a dire che si devono dare da fare, perché - lo abbiamo
già sottolineato - incontrano due grandi ostacoli: lalto
rischio e lincertezza nei ritorni degli investimenti in ricerca.
Da chi sono rappresentati i centralini? Ne abbiamo individuato tre famiglie: il primo è costituito dal
rapporto con le grandi aziende hi-tech e da soggetti i cui processi
produttivi siano idonei a travasare sullintera filiera le nuove
conoscenze acquisite. Aziende come lAvio o la Finmeccanica, caratterizzate
da un forte indotto industriale, sono al centro di intese di partnership
promosse dal CNR per lo sviluppo di tecnologie e competenze, che ricadono,
a cascata, sulle aziende subfornitrici. I centralini rappresentano un valido strumento per rimuovere gli ostacoli, spesso anche culturali che esistono nelle PMI? I centralini rappresentano una soluzione concreta, replicabile,
per fare sistema, coinvolgendo oltre alle imprese anche
altri soggetti. Altri strumenti sono offerti da iniziative dello Stato,
che mettono a disposizione fondi per la realizzazione di progetti. Così
ha fatto, ad esempio, il Ministero dellIstruzione, dellUniversità
e della Ricerca Scientifica (MIUR) che ha lanciato un bando per dodici
programmi strategici, finalizzato al rilancio della competitività.
Il bando, conclusosi da pochi giorni, prevede finanziamenti pari a 1100
milioni di euro per la presentazione di idee progettuali nel campo della
ricerca finalizzata allinnovazione dei prodotti della piccola
e media impresa. La novità sostanziale del provvedimento consiste
nel fatto che i programmi strategici sono stati concepiti come un insieme
integrato e organico di azioni di ricerca scientifica, di sviluppo competitivo,
di formazione di capitale umano di eccellenza, finalizzato al perseguimento
di obiettivi di breve/ medio e medio/ lungo termine, per proposte relative
alla qualità della vita ( salute, sicurezza ambiente), alla competitività
del sistema produttivo e allo sviluppo sostenibile. I progetti, ora
al vaglio del MIUR, devono prevedere la partecipazione congiunta e sistematica
di imprese, università, enti di ricerca e altri soggetti pubblici
o privati, attivi nella ricerca e nellinnovazione. Insomma, una
vera e propria call for ideas che da proposte progettuali,
dopo una prima valutazione, diventeranno progetti esecutivi.
Parliamo di risorse finanziarie. Come può essere assicurato il conseguimento degli obiettivi a fronte di risorse, che a causa della situazione generale della finanza pubblica, dal 2000 si sono progressivamente ridotte? Anche sul piano delle risorse finanziarie il CNR ha messo a punto un
approccio innovativo, in base al quale lEnte si procaccia i fondi,
aggiuntivi al contributo dello Stato, indispensabili per realizzare
i progetti. Il meccanismo in base al quale CNR, università e
imprese, facendo squadra, attingono in modo coordinato a
finanziamenti di natura competitiva, sia a livello nazionale, sia a
livello europeo, fa sì che lente si comporti come un amplificatore
di risorse finanziarie, nel senso che il contributo ordinario dello
Stato viene rafforzato nella sua efficacia dalle risorse reperite allesterno.
Nel 2005, rispetto ai 480 milioni di euro derivanti dal contributo del
Miur, il CNR produce ricerca per 868 milioni di euro, con un fattore
di amplificazione pari a 1,8. Ciò è leffetto sia
degli accordi operativi menzionati in precedenza sia di azioni di partenariato
perseguite oltre che con il Miur e la Commissione Europea, con altri
ministeri (Ambiente, Beni Culturali, Attività Produttive, Salute,
Dipartimenti per la Protezione Civile e per lInnovazione Tecnologica)
e le Regioni. Il mondo della ricerca esercita un fascino e una capacità attrattiva nei confronti delle giovani generazioni? Questa passione è una leva sufficiente a garantire un futuro alla ricerca in Italia, oppure occorre intervenire con altri strumenti? In base ad una ricerca condotta dal nostro istituto Irpps-Cnr su un
campione di 800 giovani fra i 18 e i 29 anni, lo scienziato è
tra le professioni più importanti della società dopo quella
dellimprenditore. Tuttavia sono molti i dubbi che accompagnano
i giovani italiani nello scegliere la strada della ricerca, rispetto
ai giovani di 30 anni fa. Il mestiere di ricercatore, insomma, affascina
ma non seduce. E i giovani chiedono di poter apprendere la scienza in
modo più ancorato alle esperienze pratiche e di laboratorio.
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