LE IMPRESE FAMILIARI E LA SFIDA DELLA MANAGERIALITÀ

Il modello storico dell’azienda italiana si interroga di fronte alla necessità di crescere e di ricapitalizzarsi per reggere alla concorrenza globale.

LA DIFFUSIONE DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE.

Se si volesse individuare un comun denominatore nel contesto di rapida evoluzione che ha caratterizzato il capitalismo italiano negli ultimi vent’anni, lo si potrebbe rintracciare nella massiccia presenza di aziende gestite da famiglie.
Non è un mistero che il tessuto economico e produttivo del nostro Paese sia costituito in massima parte da piccole e medie imprese.
I dati della Banca d’Italia, del resto, confermano che in Italia il 95% delle aziende conta meno di 10 addetti ed evidenziano come questa classe dimensionale abbia, nel nostro Paese, un peso in termini di occupazione pari al 47% contro il 21% della Germania, il 22% della Francia e il 27% del Regno Unito.
Un dato confermato anche dal Censimento Istat 2001, da cui emerge che le unità locali nell’industria impiegano in media solo 6,3 addetti: e ciò le colloca, sotto il profilo dimensionale, al 60% rispetto alle imprese degli altri Paesi europei.

CAPITALISMO FAMILIARE: UN FENOMENO NON SOLO ITALIANO MA PLANETARIO.

Il capitalismo familiare, inteso come una situazione in cui una famiglia gestisce un’impresa di cui detiene una rilevante quota di proprietà, è un fenomeno diffuso in tutto il mondo.
Da un’analisi pubblicata nel 1999 da studiosi dell’Università di Harvard (dati relativi al 1995) sulle 20 imprese quotate di maggior dimensione dei 27 maggiori Paesi industrializzati al mondo, si evince come in media sia a proprietà familiare ben il 30% delle imprese.
I risultati sono ancora più interessanti se si fa riferimento ai Paesi con un Pil intermedio: le imprese a conduzione familiare risultano il 45% delle imprese in Portogallo, il 50% in Grecia, il 65% in Argentina e addirittura il 100% in Messico. E, ancora, il capitalismo familiare sarebbe, ad esempio, responsabile di circa il 70% delle vendite totali e dei profitti complessivi delle 250 più grandi imprese private dell’India; mentre le 15 famiglie più influenti controllerebbero più del 60% delle attività corporate quotate in Indonesia.
Non si tratta, dunque, solo di un fenomeno isolato all’Italia. Anche perché, in realtà, secondo una serie di altre indagini, i dati sopra riportati appaiono in realtà sottodimensionati. Secondo l’organizzazione internazionale Family Firm Institute (Ffi), apparterrebbero al capitalismo familiare tra l’80 e il 90 per cento delle attività imprenditoriali del Nord America e circa il 75 per cento di quelle del Regno Unito. Inoltre, i due terzi delle imprese piccole e medio-piccole tedesche sarebbero gestite da proprietari.

In Italia il 95% delle aziende conta meno di 10 addetti ed ha un peso in termini di occupazione pari al 47% contro il 21% della Germania, il 22% della Francia e il 27% del Regno Unito.

LA SPECIFICITÀ DEL CASO ITALIANO E LE SFIDE FUTURE.

Ma l’Italia, in questo quadro, mantiene una sua evidente specificità. Non solo perché, qui, addirittura l’83 per cento delle imprese sono a carattere familiare, ma soprattutto perché – ed è ciò che sorprende maggiormente – nel nostro Paese la quota di capitalismo familiare resta attorno al 50% anche se si prendono in considerazione i gruppi più importanti che in Italia, è bene dirlo, sono pochi rispetto a quelli presenti in altre economie europee.
Questo è un altro punto peculiare dovuto alla particolare evoluzione del sistema economico italiano che non ha mai potuto contare su ben sviluppati mercati del capitale di rischio (come nei Paesi anglosassoni), né su un elevato coinvolgimento delle banche nella gestione delle imprese (come nel modello tedesco e giapponese).
Ora, è pur vero che, soprattutto negli ultimi anni, anche il nostro sistema finanziario si sta lentamente orientando verso il mercato in misura maggiore rispetto al passato, anche per effetto della recente revisione del diritto societario, che tutela maggiormente i piccoli azionisti. Tuttavia la situazione resta complessivamente “anomala” rispetto a quella della maggior parte dei Paesi competitor.
In questo contesto, le imprese familiari italiane si trovano oggi tra due fuochi: da una parte la necessità di dover accrescere le proprie dimensioni per essere più competitive e, dall’altra, la consapevolezza che questo processo non può essere condotto con le sole forze della famiglia. La famiglia, infatti, pare non essere più in grado di fornire i due fattori decisivi per lo sviluppo delle imprese in un mercato complesso:vale a dire le capacità gestionali e le risorse finanziarie.

La particolare evoluzione del sistema economico italiano non ha mai potuto contare su ben sviluppati mercati del capitale di rischio (come nei Paesi anglosassoni), né su un elevato coinvolgimento delle banche nella gestione delle imprese (come nel modello tedesco e giapponese).

PROPRIETÀ, EREDITÀ E IL RUOLO DEL MANAGER.

La scarsità di capacità gestionali si manifesta tipicamente al momento della successione, quando cioè l’imprenditore, che ha sempre impersonato al tempo stesso proprietà e gestione, ha il compito di trasmettere le responsabilità manageriali.
Può accadere (e non è raro) che gli eredi abbiano scarsa attitudine imprenditoriale, oppure che non nutrano alcun interesse nel continuare l’attività. C’è, insomma, il rischio concreto che quanto realizzato dai fondatori vada dissipato da figli non all’altezza. Anche perché, va detto, non può esistere un diritto ereditario alla successione manageriale.
Ma non è solo nel momento della successione che la scarsità di capacità gestionale incide sulla vita dell’impresa familiare. Gli stessi cambiamenti dettati dalla globalizzazione in atto richiedono all’impresa nuove competenze manageriali e professionali, spesso non esistenti all’interno del nucleo familiare.
Che fare, allora? La strada più adeguata sembra essere quella di avviare un processo di graduale distinzione fra proprietà e management. Una distinzione che dovrebbe portare quest’ultimo a conquistare progressivamente alcuni spazi di autonomia, attraverso un rapporto di delega che comporta doveri e responsabilità precise, evitando che il manager sia “schiacciato” dalla presenza forte dell’imprenditore.
Il successo della scelta dipenderà infatti dal rapporto che si instaurerà tra l’imprenditore e il manager stesso, che non potrà prescindere da un assoluto rispetto dei ruoli. Se l’estro del primo avrà un completamento nella capacità, nella tecnica e nella competenza del dirigente, allora davvero la sfida sarà vinta e l’azienda potrà viaggiare verso una continuità senza strappi.
Ma, soprattutto, occorre che gli imprenditori del capitalismo familiare sappiano cogliere il valore e le potenzialità del lavoro del manager, mettendole al servizio della crescita dell’impresa.

La strada più adeguata sembra essere quella di avviare un processo di graduale distinzione fra proprietà e management. Tale distinzione dovrebbe portare il management a conquistare progressivamente alcuni spazi di autonomia, attraverso un rapporto di delega che comporta doveri e responsabilità precise, evitando che il manager sia “schiacciato” dalla presenza forte dell’imprenditore. Il successo di questa scelta dipenderà dal rapporto di assoluto rispetto dei ruoli che si riuscirà ad instaurare.

IL PROBLEMA DEL FINANZIAMENTO.

Ma vi è un secondo aspetto che va tenuto in considerazione guardando al futuro delle imprese familiari: è il problema delle risorse finanziarie.
Se il patrimonio della famiglia non è più sufficiente, da solo, a finanziare la crescita dell’impresa, le strade che si presentano sono prevalentemente due: ricorrere al capitale di debito o a quello di rischio.
Tuttavia, è noto come l’imprenditore familiare abbia scarso desiderio di apertura all’esterno: questo processo, alla base della ricapitalizzazione di un’impresa, porta all’inevitabile cessione di una parte della proprietà, aprendo così le porte alla trasformazione dell’impresa in senso manageriale.
In Italia, anche per questo, la principale fonte di finanziamento è stata pertanto storicamente rappresentata dalle banche: nel 2003 il ricorso a prestiti bancari ha rappresentato il 30,5% delle passività finanziarie delle società non finanziarie italiane, mentre negli Stati Uniti l’analogo dato è inferiore al 10%. Ora, se è vero che negli ultimi anni è aumentata l’attenzione del sistema bancario verso le esigenze delle imprese, tuttavia a ciò non è corrisposto né una diminuzione del costo dei servizi finanziari (aumentati invece del 612 % fra il 1996 e il 2003), né la creazione di intermediari finanziari in grado di influire direttamente sulla proprietà. Si è cioè determinato unicamente un aumento dell’esposizione del sistema bancario nei confronti del sistema delle imprese.
La situazione pare dunque di difficile via d’uscita: a fronte dei maggiori investimenti richiesti per essere protagonisti in un mercato sempre più competitivo, da un lato la concessione del credito da parte delle banche è diventata più difficile, dall’altro l’apertura al mercato del capitale di rischio appare sempre problematico per le imprese familiari. Occorre tuttavia trovare strumenti concreti che consentano di valutare le effettive potenzialità di sviluppo delle singole imprese, rendendone più semplice e trasparente il finanziamento.

La situazione appare oggi di difficile via d’uscita. A fronte dei maggiori investimenti richiesti per essere protagonisti in un mercato sempre più competitivo, da un lato la concessione del credito da parte delle banche è diventata più difficile, dall’altro l’apertura al mercato del capitale di rischio appare sempre problematica per le imprese familiari. Occorre tuttavia trovare strumenti concreti che consentano di valutare le effettive potenzialità di sviluppo delle singole imprese, rendendone più semplice e trasparente il finanziamento.

LE PROSPETTIVE DEL CAPITALISMO FAMILIARE.

Di fronte alle dinamiche del mercato globale, una delle possibilità di crescita per le piccole e medie imprese familiari è rappresentata dalla loro messa in rete, attraverso i cosidetti distretti industriali, che costituiscono tuttora uno dei fattori di successo del made in Italy. Anche questo modello, tuttavia, è oggi soggetto a sfide impegnative, che ne impongono un complessivo ripensamento organizzativo.
In particolare al distretto è oggi richiesto di essere sempre più orientato all’innovazione di prodotto. Troppo spesso le piccole e medie imprese italiane si sono attardate in settori tradizionali dove la concorrenza dei Paesi emergenti è più forte perché possono trarre vantaggio dai più bassi costi di produzione. Occorre invertire la rotta, investendo nella ricerca ed accrescendo gli investimenti in formazione ed innovazione informatica, così da migliorare le fasi di distribuzione e di assistenza alla clientela.

Consorzio Distributori Utensili
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