COOPERARE PER COMPETERE:
I DISTRETTI ALLA RIBALTA.
Con la Finanziaria 2006, si torna a parlare dei Distretti industriali: nuove risorse ma anche un nuovo status” per un modello organizzativo che tutto il mondo ci invidia.

QUANDO CLINTON “COPIAVA”…
Torna l’attenzione sui distretti. La ripropone la nuova legge di bilancio, la Finanziaria 2006, che inaspettatamente riporta l’attenzione del legislatore sul tema dei distretti.
Quella del distretto è infatti una formula che nella realtà non ha mai smesso di esistere, ma che ha da sempre goduto di un’attenzione altalenante da parte del mondo politico.
I distretti italiani hanno vissuto il momento di massimo rilievo quando l’economia di prossimità dava i massimi risultati. Quando cioè bastava essere collocati in un territorio o una filiera per ottenere rilevanti risultati economici. Quando il “saper fare” si diffondeva per contiguità tra aziende appartenenti a una stessa filiera produttiva collocata in un territorio delimitato, e il distretto si è consolidato come un punto di forza del sistema produttivo italiano.
È in quel periodo che i distretti hanno iniziato a suscitare l’interesse della letteratura economica, e Giacomo Becattini ha inaugurato un filone di studi che ha portato alla pubblicazione di numerosi scritti sul tema. Un interesse tale da suscitare un’eco internazionale, fino alla mitica visita a Sassuolo dei consiglieri economici di Clinton, venuti a toccare con mano come si fa un distretto per poterlo, magari, “esportare” in America.
È a questo punto che sono stati normati con la legge 317 del 1991.
I DISTRETTI DI NUOVO ALLA RIBALTA
Con l’evoluzione del sistema economico e l’avvento di un mercato sempre più globalizzato, la realtà dei distretti ha dovuto fare i conti con nuovi problemi, primo fra tutti la crescente concorrenza internazionale. A questo si aggiunga che l’aver “irregimentato” i distretti con una legge ha provocato forse qualche danno a uno strumento che ha dato i suoi frutti migliori quando una norma in proposito ancora non esisteva.
I distretti sembravano dunque passati di moda e destinati all’oblio fino alla recente sorpresa, quando Tremonti ha stravolto in una settimana la finanziaria di Siniscalco facendo posto, tra l’altro, anche a un articolo sui distretti.
L’articolo 53 ripropone una modalità per reggere la sfida della competitività dei mercati globali che rappresenta una valida alternativa al “gonfiare” l’impresa, aumentandone le dimensioni attraverso fusioni, acquisizioni e altri strumenti lontani dalle imprese di piccola e media dimensione: l’alternativa del network tra i piccoli per stare sul mercato globale. Il sistema economico italiano è infatti costituito in prevalenza di piccole imprese – il 99,9% delle imprese italiane ha meno di 250 addetti, dalle PMI dipendono il 90,7% dell’occupazione e il 77,6% dell’export - ed è a partire da questo dato di fatto che va ricercata una posizione sui mercati globali.
L’obiettivo dichiarato della nuova norma è “fare dei distretti la piattaforma di sviluppo e tenuta della nostra economia”.
La formula di aggregazione dei piccoli, che con le reti dei distretti ha già dato frutti di eccellenza in passato, viene rilanciata nella nuova finanziaria con alcune novità rilevanti.
LE NOVITÀ DELLA REGOLAMENTAZIONE
Sostanzialmente il distretto viene riconosciuto come un’entità unica, costituita dall’aggregazione di centinaia o migliaia di imprese e micro-imprese che vi aderiscono volontariamente. In linea con i principi della sussidiarietà e dell’autonomia territoriale, il distretto diventa un soggetto giuridico, per la fiscalità, la finanza, gli adempimenti amministrativi e le attività di ricerca e sviluppo.
Si prende atto anche di un importante cambiamento avvenuto nella conformazione dei distretti, ovvero della loro struttura non più solamente territoriale, fatta di contiguità fisica delle imprese componenti la filiera, ma anche funzionale; è sorta infatti negli ultimi anni un’ulteriore tipologia di distretto, che vede anche la presenza a distanza di alcuni soggetti della filiera. Sono i cosiddetti metadistretti, in cui le reti dei fornitori e dei mercati di riferimento si sono allungate ben oltre i confini del distretto originario. È questa la configurazione più tipica dei distretti di maggior successo, che meglio reggono la sfida delle economie di recente industrializzazione.
Il riconoscimento del distretto come soggetto giuridico si declina in tre principali cambiamenti:
La fiscalità di distretto
Nasce la fiscalità di distretto, per cui le imprese appartenenti a uno stesso distretto “possono esercitare l’opzione per la tassazione di distretto, ai fini dell’applicazione dell’imposta sul reddito delle società”. Il reddito imponibile del distretto viene quindi calcolato unitariamente, sulla base del reddito delle imprese componenti.
La ripartizione del carico tributario tra le imprese viene affidata allo stesso distretto, che agisce quindi come una sorta di camera di compensazione interna.
I bond di distretto
C’è spazio poi per una finanza d’impresa a livello di distretto, che trova un importante precedente nei “bond di distretto” introdotti da Unicredit. Il Gruppo Unicredit ha infatti già sperimentato su 700 imprese nel Nord Est e 1100 nel Nord Ovest questo strumento finanziario con lo scopo di trovare sul mercato capitali a medio-lungo termine, senza che l’imprenditore e l’impresa debbano fornire una garanzia diretta. La richiesta di finanziamento avviene infatti per l’intera piattaforma territoriale presso gli investitori istituzionali e ha già fruttato, in quella piccola sperimentazione, finanziamenti per 750 milioni di euro complessivi.
Le attività di ricerca e sviluppo
E infine la grande chance di affrontare in network l’innovazione, intrecciando sul territorio il rapporto tra università, centri di ricerca e impresa, con la previsione di un’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione che ha lo scopo di “stipulare convenzioni e contratti con soggetti pubblici e privati che ne condividono le finalità”.
NOZZE COI FICHI SECCHI?
Il ritorno dei distretti con la nuova Finanziaria non può quindi che essere salutato con favore dalle imprese, che possono trovare uno strumento ulteriore a disposizione per affrontare la sfida della competitività.
La declinazione di questo strumento è tuttavia la vera sfida. A fronte di un interesse del legislatore, che è sicuramente positivo, ci si trova infatti a dover gestire risorse scarse. Sono disponibili solo 50 milioni di euro, che obbligano a condurre un’applicazione limitata del nuovo modello, di fatto circoscritta a due o tre aree sperimentali.
Un altro rischio è poi rappresentato da una burocratizzazione sempre in agguato che, come è in parte già accaduto con la prima regolamentazione dei distretti, potrebbe ingessare un sistema che ha nella flessibilità un suo punto di forza.
I numeri del 2005
Per capire lo stato di salute dei distretti il termometro utilizzato è il valore delle esportazioni, l’unico dato a livello territoriale rilevato periodicamente dall’Istat. Sulla base di questo dato Banca Intesa pubblica annualmente il Monitor sui distretti, che considera le variazioni del fatturato da esportazioni di un anno dei principali tra i 102 distretti italiani.
La sintesi riferita al confronto tra il periodo luglio 2004-giugno 2005 e lo stesso periodo relativo all’anno precedente rileva una situazione molto differenziata, ma che presenta segnali di miglioramento. Crescono del 4,3% le esportazioni, trainate dai distretti della meccanica e della lavorazione dei metalli, che registrano una crescita nominale del 14,1%. Registrano le migliori performance in assoluto il distretto lecchese della carpenteria metallica, con un rialzo dell’export dell’81,8%, la plastica per consumo di Vicenza, con il 76,9% delle esportazioni in più rispetto all’anno precedente e le macchine per Tlc del distretto di Torino, con un incremento del 71,6%. Risultati di esportazione generalmente negativi invece per i distretti del sistema moda e in particolare per il calzaturiero. Il record delle performance con il segno meno va al distretto del legno di Cremona, che ha registrato un calo del 75,9%. Seguono, rispettivamente con un calo del 38 e del 32,4%, Pescara (mobili per ufficio) e Casale Monferrato (frigoriferi). In generale registrano i risultati migliori i distretti con un numero elevato di imprese internazionalizzate, a livello sia produttivo che commerciale, e con un’attenzione maggiore a marketing e ricerca e sviluppo, oltre a quei distretti basati su produzioni con alto valore aggiunto. |
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La voce dei distretti
Dal 1994 i distretti italiani hanno creato una propria associazione di rappresentanza, “Distretti italiani”, che riunisce a oggi 31 distretti dal metalmeccanico al tessile, dall’agro-alimentare all’arredamento. Sono rappresentati presso l’associazione, meglio conosciuta come il Club dei Distretti, 55.000 imprese e quasi mezzo milione di addetti, che realizzano insieme oltre 45 miliardi di fatturato.
Tra gli obiettivi dell’associazione, presieduta da Paolo Terribile, la promozione delle relazioni tra i distretti associati, con lo scopo di condividere informazioni e esperienze, ma anche con le istituzioni, altri distretti e organizzazioni, nazionali e internazionali. Il Club promuove inoltre la diffusione della conoscenza sui distretti attraverso studi, ricerche e iniziative specifiche. Il rapporto con le istituzioni riveste in questo quadro particolare importanza, per sostenere gli interessi specifici dei distretti presso il mondo politico e economico.
L’associazione ha di recente pubblicato “DistrettItalia, Guida ai distretti italiani 2005/2006” (editore “Le Balze”, Montepulciano), che fotografa una realtà che, come afferma nella premessa il presidente della Piccola Industria di Confindustria Sandro Salmoiraghi, è stata “capace di generare il 46% dell’export nazionale, il 27% del Pil e ha dato un contributo sostanziale all’occupazione del Paese, quantificabile in oltre due milioni di occupati”. La mappa dei distretti pubblicata nel volume ne censisce 150, di cui 59 tra Veneto e Lombardia, anche se, come ha ribadito il segretario del Club Italo Candoni in una recente intervista al Sole 24 Ore, si tratta di una realtà in continua evoluzione, di cui non è possibile tracciare un identikit definitivo. |
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