ARTIGIANATO: IL VALORE DEL “SAPER FARE” PER COMPETERE.

A colloquio con il Segretario Generale di Confartigianato Cesare Fumagalli su innovazione e competitività delle piccole imprese, alla scoperta della “tassa da scarsa concorrenza” e degli artigiani su eBay.

L’artigianato e la piccola impresa in Italia rivestono da sempre un ruolo centrale nel sistema economico-produttivo. Eppure il loro peso sembra non farsi sentire a sufficienza. In particolare, dopo la stagione del “piccolo è bello”, da più parti si lamenta il nanismo dell’imprenditorialità italiana. È d’accordo con questa analisi?

Attribuire alla questione della dimensione d’impresa la colpa del gap di competitività dell’economia italiana nei confronti dell’economia mondiale è sicuramente facile. Facile quanto lontano dal vero. Non piacerà ai sostenitori dell’opinione prevalente, ma la realtà italiana è costituita da un tessuto di piccole imprese.
Basta un dato, la presenza in Italia nel 2005 di sei milioni di titolari di partite IVA, per capire quale sia la forma di capitalismo diffusa nel nostro Paese. Una forma che è nel DNA nazionale, nel modo italiano di fare impresa. L’Italia è una nazione che non conosce grandi dinastie industriali, fatte davvero poche eccezioni. Tanto che le grandi imprese di oggi sono quasi tutte nate da un aumento dimensionale. La nostra è una storia di capitalismo familiare e personale.
I numeri parlano del 99,9% di imprese con meno di 250 dipendenti, e del 92% di imprese con meno di 20 addetti sul totale delle imprese nazionali. Se fosse vero che la questione dimensionale fosse decisiva, staremmo tutti o quasi chiudendo bottega. Fortunatamente non è così.

La microimpresa è dunque la dimensione ideale? E come far contare di più, a livello di politiche, questo universo?

Ci vogliono tutte le imprese: micro, piccole, medie e grandi. Resta il fatto che siamo un Paese che parte da un universo di piccole, e che sono necessarie politiche attive che tengano in considerazione questa realtà.
Quello delle politiche, è vero, è un problema aperto. Confartigianato esiste proprio per questo, per far contare l’artigianato nella politica almeno tanto quanto conta nell’economia reale. Per “contare” di più, ci sono poi una serie di strumenti per sostenere la competitività. Come l’aggregazione d’impresa per funzioni, che non è una teoria da convegno, ma qualcosa che nel mondo dell’artigianato accade già da decenni. Cito la finanza d’impresa, che rappresenta a questo proposito una storia di successo: attraverso il mutualismo sono nati i Consorzi Fidi e le cooperative di garanzia. Consorzi che solo lo scorso anno hanno intermediato 4,6 miliardi di Euro.

La competizione internazionale ha messo in crisi il sistema economico del nostro Paese. L’artigianato e la piccola impresa sembrano essere i soggetti più colpiti o, comunque, maggiormente a rischio. Quali le risposte da mettere in campo, a livello di impresa e di sistema-Paese?

Contesto intanto che artigianato e piccola impresa siano i settori messi più in crisi. Basterebbe chiedere alla Fiat cosa è successo con l’avvento della concorrenza internazionale, del Giappone, la Corea e presto anche della Cina. La competizione internazionale è un ciclone che ha investito tutti: le distanze si sono azzerate, le relazioni globali infittite, tutto accade a velocità impensabili fino a pochi anni fa. Sulla scena sono entrati da protagonisti i cosiddetti Paesi BRIC: Brasile, Russia, India e Cina, avviando un’economia basata su macrofunzioni in capo a ognuno di essi. Il Brasile sembra essere diventato il magazzino del mondo, con la sua ricchezza di materie prime; la Russia la potenza che più di ogni altra possiede il controllo sull’energia; l’India l’impiegato del mondo e la Cina, la fabbrica del mondo. È un sistema che ha investito tutti i settori del nostro Paese, nessuno è rimasto davvero al riparo. Il problema, se mai, è come ricollocarsi all’interno di questa nuova economia. Quella che ci aspetta è una progressione continua verso la diminuzione del divario del PIL pro capite. È una progressione facilmente prevedibile, di cui non stupirsi, anno dopo anno.

Quale potrebbe essere allora la ricetta per trovare un nuovo posto al sole nell’era della globalizzazione?

La soluzione c’è già, e molte imprese la stanno mettendo in campo da tempo. Si tratta di una reazione basata sulla qualità, la tecnologia, l’innovazione, il design, la differenziazione del proprio prodotto o servizio. La ricetta, a mio parere, non è poi tanto quella di rincorrere il nuovo a tutti i costi, quanto piuttosto di fare sempre meglio quello che si sa fare, rendendosi sempre più competitivi.
Oltretutto gli analisti più attenti, per descrivere la fase che stiamo attraversando, non parlano di declino, ma di un periodo di cambiamento e trasformazione. Ci sono già da molte parti i primi segnali di una riorganizzazione, che sembrano suggerire come in fondo la globalizzazione non sia in grado di sconvolgere completamente il nostro mercato.

L’innovazione di prodotto sembra dunque essere una delle ricette che gli studiosi di economia evidenziano quale priorità su cui le imprese del vecchio continente devono investire. Ma servono capitali e un rapporto più costante con la ricerca. Qual è il livello di collaborazione tra università, sistema ricerca e piccole imprese?

Bisogna sfatare un mito. Premesso che sono d’accordo sulla necessità di incorporare conoscenza per reggere la sfida della competitività, credo che in questo caso si stiano usando parole nuove per indicare un concetto che esiste da sempre. Quello che caratterizza l’artigiano, fin dai tempi delle corporazioni e sicuramente anche da prima, è il saper fare, ovvero usare la propria conoscenza per essere competitivo.
Anche l’agenda di Lisbona 2000 aveva fissato la principale leva strategica nell’economia della conoscenza. L’unione di sapere e saper fare è una ricetta che vale per tutti i settori, e ribadisco che la strategia vincente per competere molto spesso è proprio quella di fare sempre meglio quello che già si sa fare bene.
Parlando di collaborazione con le università e il sistema della ricerca, Confartigianato sta lavorando per arrivare a una contaminazione reciproca. Quest’anno abbiamo firmato un accordo quadro col CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) per avviare una collaborazione, e stiamo già lavorando su un progetto nel settore dell’autoriparazione insieme al Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie. Altri progetti sono all’orizzonte, tra cui uno nel settore tessile e abbigliamento, per lo sviluppo della conoscenza sulla produzione di tessuti anallergici e altri due nel settore orafo, sulla lavorazione dell’oro e la titolazione dei metalli preziosi.

Banche e impresa: il rapporto è sempre difficile? E quali strumenti esistono per supportare la spinta all’innovazione delle piccole imprese?

Il rapporto tra banca e impresa, per piccola o grande che sia, è per sua natura conflittuale. Attualmente il problema non è tanto relativo alla quantità di credito disponibile, che è comunque elevata, quanto alle modalità di accesso al credito.
Le PMI pongono due sfide al sistema bancario: quella della semplificazione delle modalità di accesso al capitale e della rapidità nella concessione del credito. Il sistema bancario italiano è oggi in forte evoluzione; le PMI, poi, possiedono già alcuni importanti strumenti strategici, quali i Consorzi Fidi e Artigiancassa, per avere accesso al credito agevolato.
Confartigianato sta proprio in questo periodo lavorando al rilancio di Artigiancassa.

Spesso si identifica l’artigianato con i mestieri tradizionali o artistici. Vi è uno spazio per le attività che si collocano su quella che potremmo definire la “nuova frontiera” (biotecnologie, nanotecnologie, elettronica, etc)?

Le imprese artigiane sono un milione e mezzo in Italia, e nei 156 distretti classificati dall’Istat più del 60% delle imprese sono artigiane. Sarebbe curioso pensare che in questi grandi numeri non si trovino aziende appartenenti alla “nuova frontiera” della tecnologia.
Spesso i distretti sono caratterizzati da una o più imprese leader e da un ventaglio di imprese che collaborano: nella maggior parte dei casi le artigiane sono in questo secondo gruppo, ma altrettanto di frequente sono proprio loro ad offrire il know how tecnologico caratteristico della “nuova frontiera”.

Molte imprese si collocano nella critica fase del passaggio tra la prima e la seconda generazione imprenditoriale. Come l’artigianato si prepara a vivere questo passaggio? E c’è ancora posto per un’imprenditorialità familiare?

Il passaggio generazionale è un problema strutturale di tutte le aziende, e non tanto un problema di questo preciso momento storico. Il dibattito economico nazionale è anche viziato dal fatto che, nel capitalismo personale o familiare, noi importiamo il dibattito anglosassone, dove le aziende sono prevalentemente società di capitali in cui la proprietà è distinta dal management e dove quindi la questione è diversa.
L’Italia è un Paese fatto di imprenditori di se stessi, per cui il passaggio generazionale risulta connaturato alla gestione aziendale e all’evoluzione anagrafica dell’imprenditore. Il problema del passaggio del testimone viene allora a coincidere con la capacità di trasmettere il saper fare, che è il nucleo stesso dell’artigianato e dell’impresa familiare in genere.

La comunicazione: come l’artigianato utilizza i new media, in particolare per dialogare con i propri potenziali clienti?

Male e poco. Sicuramente questa è una tra la principali criticità da superare. Tanto più tenendo conto del fatto che i new media aprono possibilità straordinarie, e impensabili fino a poco tempo fa, proprio per i piccoli.
A questo proposito Confartigianato ha firmato di recente un accordo con eBay, per dare la possibilità agli artigiani di vendere nel mondo i prodotti tipici, le mozzarelle campane come le ceramiche di Caltagirone. È un’opportunità unica, fino ad oggi davvero poco sfruttata.
Le eccezioni comunque esistono: un artigiano produttore di salotti e divani di Monza ha cessato l’attività di vendita diretta al pubblico per dedicarsi al 100% alla vendita online, e pare che stia facendo grandissimi affari.

Liberare l’impresa: questo il messaggio lanciato in occasione dell’ultima Assemblea di Confartigianato. Quali sono i vincoli maggiori per le imprese artigiane?

I vincoli maggiori per le imprese artigiane provengono in Italia dalla Pubblica Amministrazione, ancora troppo burocratizzata e con tempi penalizzanti per le imprese, e da un mercato imperfetto, ancora troppo protetto soprattutto in alcuni settori, come quello bancario, assicurativo, del trasporto aereo e delle autostrade, dell’energia.
Le piccole industrie si ritrovano a pagare una vera e propria “tassa da scarsa concorrenza”, che pesa sui bilanci delle piccole aziende nazionali per quasi 7 miliardi di Euro.
Il regime di bassissima concorrenza in cui operano banche, assicurazioni e la maggior parte delle utilities genera infatti un effetto moltiplicatore sull’inflazione, che nei settori protetti è quasi il doppio rispetto a quella dei settori più esposti alla concorrenza.
La soluzione è semplice da dire ma difficile da realizzare: la liberalizzazione del mercato, non solo nei settori che ho citato, ma anche in quello delle professioni, dove l’alto livello di restrizione all’accesso genera extra-costi che ancora una volta pesano soprattutto sulle piccole imprese.

CESARE FUMAGALLI
IL PROFILO.

Cesare Fumagalli è dal febbraio 2005 Segretario generale della Confederazione Generale Italiana dell’Artigianato, la più grande confederazione dell’artigianato e piccola e media impresa italiana e uno dei più grandi network di erogazione di servizi reali in Europa, con ben 510.000 soci, 121 associazioni provinciali, 20 federazioni regionali, 74 associazioni di categoria, 1250 sedi in tutta Italia, 14.000 collaboratori.
Fumagalli lavora in Confartigianato dal 1979, quando ha iniziato il rapporto con l’associazione di Lecco, di cui è stato Direttore per vent’anni.
E’ poi stato Segretario Regionale di Confartigianato Lombardia.
Laureato in sociologia, coniugato con due figli, ha anche ricoperto gli incarichi di Coordinatore del Distretto Metalmeccanico lecchese e Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’azienda speciale della Camera di Commercio di Lecco Lariodesk. Attualmente è componente del Consiglio di Amministrazione dell’IPI – Istituto per la Promozione Industriale e di Agart SpA.


I numeri chiave dell’artigianato italiano.

• Imprese artigiane: 1.463.856
• Incidenza imprese artigiane rispetto al totale delle imprese: 24,1%
• Incidenza sociale dell’artigianato: 25,3 imprese artigiane ogni 1.000 abitanti
• Quota di imprese totali con meno di 10 addetti: 94,9%
• Imprenditori artigiani: 1.951.477, di cui 1.786.522 titolari e 164.955 collaboratori
• Donne imprenditrici: 381.123 (pari al 19,5% del totale) di cui 308.397 titolari di impresa e 72.726 collaboratrici
• Giovani imprenditori sotto i 35 anni: 460.908 (pari al 23,6% del totale), di cui 90.758 donne
• Numero dipendenti: 1.502.689
• Occupati nelle imprese artigiane: 3.454.166 (pari al 15,5% dell’occupazione totale)
• Dimensione media: 2,4 addetti per impresa
• Imprenditori artigiani stranieri: 56.822
• Valore aggiunto delle imprese artigiane: €145,5 miliardi (pari al 12,4% del valore aggiunto dell’economia nazionale)
• Valore delle esportazioni dell’artigianato: € 43,1 miliardi (pari al 16,6% dell’export complessivo)
• Imprese con meno di 20 addetti che hanno introdotto innovazione di prodotto, di processo e organizzative negli ultimi due anni: 64,0% delle imprese
• Finanziamenti bancari alle imprese artigiane: € 54,0 miliardi, di cui 27,250 miliardi (pari al 49,5%) a medio-lungo termine
• Ricchezza delle imprese artigiane: € 238,0 miliardi di cui 166,3 miliardi (pari al 69,9%) costituito da attività reale

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