CREATIVITÀ, CULTURA E SAPER FARE: IL SEGRETO DELL’ITALIAN WAY. Intervista al Sen. Edoardo Pollastri, neo-eletto Presidente di Assocamerestero, l’organismo che raggruppa le camere di commercio italiane all’estero. Le opportunità di business per le piccole imprese e il supporto alla loro internazionalizzazione.
Si è conclusa lo scorso 27 ottobre la Convention delle Camere di Commercio Italiane all’estero: quali sono le idee emerse da questo appuntamento, così importante per fare il punto sulla situazione delle imprese italiane all’estero? La XV Convention Mondiale delle Camere di Commercio Italiane all’Estero (CCIE) ha riservato particolare attenzione al sistema economico nazionale, presente a Lecco sia attraverso le istituzioni maggiormente rappresentative, sia con le numerosissime aziende (oltre 300) che durante le giornate della Convention hanno avuto modo di entrare in diretto contatto con il network delle Camere di Commercio Italiane all’Estero. Filo conduttore è stato il ruolo dei processi di innovazione - tecnologica, organizzativa e istituzionale - nella crescita internazionale della nostra economia. Dai dibattiti è emerso il ruolo fondamentale che il sistema delle reti, la ricerca e le risorse umane hanno per favorire lo sviluppo economico verso una dimensione globale. Come è vista l’impresa italiana all’estero, in termini di qualità di prodotto ed affidabilità degli operatori? L’immagine dell’imprenditoria italiana all’estero è positiva, soprattutto per i fattori maggiormente legati alle risorse umane e alla loro capacità di affrontare il business. Da una recente indagine condotta da Assocamerestero in 38 Paesi, risulta che quasi il 90% degli operatori stranieri ritiene più che affidabile il partner italiano di cui viene apprezzata, oltre alla professionalità, la capacità di fiutare il business (74%) e di gestirlo (71%). Positivo è il giudizio sulla capacità imprenditoriale di gestire operazioni di internazionalizzazione strutturate quali: joint-venture, accordi di distribuzione, trasferimenti di know-how e investimenti diretti. Per quanto riguarda la qualità dei prodotti, oltre alle produzioni tradizionalmente considerate del made in Italy (agro-alimentare, sistema moda, sistema abitare), è importante notare il giudizio estremamente positivo sui processi ad alto contenuto tecnologico delle nostre produzioni. Particolare impegno deve, invece, essere dedicato a settori quali ICT, farmaceutico e R&ST che ancora faticano ad affermarsi e ad acquisire uno spazio proprio e riconoscibile. Nel panorama internazionale sono conosciute solo le grandi aziende e le griffe della moda, o c’è spazio anche per le piccole aziende che compongono il variegato panorama della subfornitura? L’idea comune per la quale all’estero siamo conosciuti solo per il sistema moda o per i nostri prodotti agro-alimentari è limitativa e non tiene conto di tutte le produzioni specifiche italiane che all’estero sono spesso sinonimo di competenza progettuale, innovazione tecnologica ed eccellenza produttiva. Sto facendo riferimento a settori quali quello della meccanica strumentale, delle produzioni di apparecchi elettrici e di precisione, delle produzioni di attrezzature e strumenti medicali, dell’indotto dell’automobile. Proprio questi settori, meno sotto le luci dei riflettori, sono, oggi, i grandi investimenti per la crescita della nostra presenza sui mercati esteri. In questi segmenti vediamo un grande spazio per le imprese di minori dimensioni che secondo noi non sono “tirate fuori” da questi processi, ma devono anche acquisire una idonea capacità di collegamento in rete con altri, in altri termini essere in grado di inserirsi nei circuiti della conoscenza alla base dei processi di competizione. E in questo vedo tutto lo spazio dei soggetti collettivi per favorire forme di aggregazione e di collegamento tra imprese, anche agganciandole all’azione di qualche leader imprenditoriale. Quali sono gli strumenti che le Camere di Commercio Italiane all’Estero mettono a disposizione delle piccole imprese che intendono internazionalizzarsi o già operano sul mercato internazionale? Le Camere di Commercio Italiane all’Estero sono strutture a base associativa imprenditoriale a carattere bi-nazionale, che parlano quindi lo stesso linguaggio delle imprese. Grazie a questa struttura le CCIE possono costituire per le imprese italiane che intendono esportare, realizzare partnership e collaborazioni all’estero, un riferimento di prima mano sulla realtà locale-estera. Nello specifico una CCIE è in grado di fornire assistenza alle imprese promuovendo accordi commerciali e/o industriali di collaborazione fra aziende, facendo conoscere di opportunità di investimento all’estero per le imprese italiane, individuando know-how specialistici e professionali, esercitando attività di lobbying e comunicazione presso le autorità istituzionali e commerciali locali. In altri termini favorendo quello che noi diciamo una presenza radicata all’estero, costruita su continuative azioni di collaborazione e su una assistenza personalizzata: quella che definisco assistenza al “dettaglio” perché accompagna le imprese in maniera costante sulle tante piccole-grandi cose che servono non solo per andare, ma anche rimanere all’estero. In che modo viene promosso il Made in Italy e in generale il “prodotto Italia” all’estero? Esistono programmi precisi ed iniziative strutturate? Molte sono le istituzioni costantemente impegnate per la promozione dell’Italia all’Estero le cui linee guida sono emanate dal Ministero del Commercio Internazionale alla cui attività si affianca quella del Ministero Affari Esteri, delle Regioni, del Sistema Camerale italiano ed estero, dell’Istituto del Commercio Internazionale per arrivare, infine, all’attività di Simest, Sace, Enit, Associazioni di Categoria e ABI. Tutti questi enti dialogano per elaborare una strategia di rete volta alla promozione del nostro Paese all’Estero. La mia idea è che queste istituzioni possono dare un contributo specifico, ma che occorra una autorevole regia comune, per esplicitare una vera e propria logica di squadra promozionale che è quella che serve al nostro paese. Parliamo di numeri: quante sono le aziende che si rivolgono alle Camere di Commercio Italiane all’Estero? In che percentuale sono aziende locali e quanto invece pesano le aziende italiane? E quante di esse sono piccole e medie imprese? Le 73 Camere di Commercio Italiane all’Estero contano oggi ben 23.000 imprese associate e nel corso del tempo quasi 300.000 sono stati i contatti d’affari generati attraverso le Camere. Per quanto riguarda la natura delle imprese che si rivolgono alle Camere: per larga parte (70% ca.) si tratta di imprese estere, mentre per il restante 30% si può parlare di imprese italiane. Un dato pressoché totalitario riguarda, invece, la dimensione delle imprese, che per circa il 100% è piccola/media, a conferma dell’importanza e della validità dei servizi erogati dalle Camere nel sostenere un’azienda che muove i primi passi sul mercato internazionale. Lei ha vissuto una lunga esperienza di italiano all’estero: trova che esista una “Italian way” che contraddistingue il nostro modo di fare impresa? L’aver vissuto per lungo tempo all’estero mi ha consentito di godere di un duplice punto di vista: quello di un italiano all’estero e quello di uno straniero che guarda all’Italia. Questa visione conferma l’esistenza di una “italian way” intesa come un inconfondibile mix di cultura, tradizione, modo di vivere e creatività che permea profondamente tutte le espressioni del nostro vivere. Si tratta di un mix riconoscibile anche nel nostro modo di fare impresa che, come già affermato, si distingue per le qualità legate alle risorse umane e al nostro “saper fare”. La sfida per il futuro è di poter affiancare a questo nostro modo di essere anche una più forte dimensione internazionale che è sempre più alla nostra portata.
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