CRESCONO LE AZIENDE ITALIANE, NONOSTANTE UN CONTESTO DIFFICILE.

Segnali positivi di trasformazione per l’industria del nostro Paese. Ma lo Stato non aiuta: eccessiva burocrazia, tassazione elevata e quasi nessun programma di sviluppo per le imprese.

IN 52 PAESI FARE IMPRESA È PIÙ SEMPLICE CHE IN ITALIA

L’Italia continua ad essere uno dei Paesi al mondo dove fare impresa è più difficile: solo la Grecia, tra i Paesi industrializzati dell’Ocse, batte la nostra nazione in questo poco onorevole primato. È quanto emerge da una recente indagine della Banca Mondiale, Doing Business 2008, che misura la facilità di aprire, condurre e chiudere un’attività imprenditoriale nei vari Paesi, sulla base di una serie di indicatori quali il livello di burocratizzazione, la flessibilità delle istituzioni, il funzionamento della giustizia civile, l’entità delle tasse sulle imprese.
A onor del vero l’Italia quest’anno ha guadagnato notevoli posizioni nella graduatoria, dove si colloca al 53° posto, rispetto all’82° ottenuto solo lo scorso anno, sul totale dei 178 Paesi presenti nella classifica e capitanati dall’efficiente Singapore. Da un’analisi più approfondita emerge però come questo upgrade, più che essere conseguenza di un reale miglioramento delle condizioni in cui le imprese italiane operano, si origini invece dall’indebolimento delle posizioni altrui, di quei Paesi dove si è arrestato nell’ultimo anno l’impegno per la semplificazione dell’attività di impresa. Dall’inchiesta della Banca Mondiale emerge infatti come una continua azione di riforme da parte di Governo e istituzioni sia indispensabile per stare al passo con le esigenze delle imprese, in rapida e costante evoluzione in uno scenario, come quello attuale, caratterizzato proprio dalla velocità del cambiamento. E le istituzioni, per supportare adeguatamente le imprese, non possono restare indietro.
È così che tra le nazioni che hanno ottenuto le migliori posizioni nella classifica si collocano Danimarca, Australia, Olanda, Norvegia e Svizzera, Paesi che si sono distinti nell’ultimo anno proprio per la forte spinta sulla strada delle riforme.

L’ITALIA, DOVE CHIUDERE UN’AZIENDA È MOLTO PIÙ FACILE CHE APRIRLA

Quanto alla situazione italiana, il più importante progresso rilevato nell’ultimo anno riguarda, curiosamente, la facilità di chiudere un’attività d’impresa: in questa categoria l’Italia si è guadagnata il 25° posto, grazie alla recente riforma della legge fallimentare, che consente più agevolmente la vendita delle aziende quando ancora funzionano.
L’altro lato della medaglia è che purtroppo non risulta altrettanto semplice avviare una nuova attività imprenditoriale: nove pratiche e tredici giorni di tempo, a confronto delle due pratiche e due giorni richiesti in Australia. A questo si aggiungano i costi di avviamento tra i più alti dei Paesi avanzati e un sistema di concessione delle licenze dai tempi a dir poco biblici: in media 257 giorni dalla richiesta al permesso finale.
Migliora invece, seguendo un trend avviato negli ultimi anni, la flessibilità del lavoro: l’indice di rigidità dell’Italia di 38 su 100, una posizione migliore di quella dei colleghi tedeschi, francesi e spagnoli. L’area dove gli imprenditori italiani scontano le maggiori difficoltà è però quella relativa a tasse e applicazione dei contratti: il nostro Paese detiene il triste primato delle imprese più tassate tra i Paesi Ocse, con un totale corrispondente al 76% dei profitti. Per far rispettare un contratto, poi, si arriva ai numeri record di 41 pratiche richieste, ben 1210 giorni e a costi pari a quasi un terzo del valore del contratto.

UNO SVILUPPO “NONOSTANTE TUTTO”

In questo quadro, dove avviare un’attività pare essere molto più che una sfida imprenditoriale, assume significato il preoccupante dato emerso dall’ultima indagine di Fondazione Nord Est – Sole 24 Ore, secondo cui le imprese italiane stanno crescendo “nonostante” il contesto in cui operano. In uno scenario dove la fiducia accordata dagli imprenditori al Governo sfiora appena il 17%, e in cui sono proprio i territori che si segnalano per lo sviluppo più avanzato a totalizzare i risultati più bassi (solo il 14,9% e il 14,7% degli imprenditori del Nord Ovest e del Nord Est rispettivamente hanno fiducia nelle istituzioni nazionali), la crescita sta avvenendo senza un concreto appoggio da parte dell’ambiente sociale e delle istituzioni nazionali in particolare.
Il tessuto imprenditoriale italiano sta attraversando una fase di positiva trasformazione, verso un modello in grado di competere sul mercato globale, e lo sta facendo puntando sulla capacità di internazionalizzarsi, sull’innovazione continua, sulla flessibilità produttiva, sul proprio capitale di competenze e professionalità. Quello che però l’indagine rileva è la mancanza di un’azione strutturata, che sappia mettere a sistema questa molteplicità di forze per accelerare e rendere più semplice questa fase di transizione. Un’azione che in molti altri Paesi è stata portata avanti proprio dal Governo, nella forma di una spinta riformatrice a favore delle imprese.

ECONOMIA E POLITICA: CRESCE IL DIVARIO

L’immagine dell’Italia che emerge dalle prospettive rilevate dall’indagine della Fondazione Nord Est è invece quella di un sistema-Paese lento al cambiamento, in cui il livello di burocratizzazione e di inefficienze supera ampiamente il numero di riforme effettivamente messe in atto. Un Paese, quindi, che oltre a non agevolare le trasformazioni, spesso agisce da zavorra, rallentando il processo e facendo disperdere forze preziose. La conseguenza è una distanza sempre maggiore dell’impresa e dell’economia reale dalla politica: un’asimmetria che si esprime negli scarsissimi livelli di fiducia nell’operato del Governo, a fronte di valori in crescita nei confronti delle istituzioni economiche (il 47,7% degli intervistati ha fiducia nelle associazioni imprenditoriali, il 66,3% nella Banca Centrale Europea e il 39,1% nella Banca d’Italia). Non solo: il sentire comune degli imprenditori intervistati è quello di avere un significativo peso economico nel nostro Paese (74,5%), a cui però non si associa un altrettanto sostanziale peso sul piano politico (solo il 50,8% ritiene di averne). È una situazione che, pur con rilevanti differenziazioni territoriali e settoriali, nel suo quadro complessivo costituisce un segnale allarmante sulla scarsa percezione di rappresentatività politica degli imprenditori italiani.
Le richieste degli imprenditori
Quali quindi, le soluzioni per sanare questo gap tra chi produce e chi governa? Quali gli strumenti che le istituzioni dovrebbero mettere in campo per venire incontro alle esigenze di sviluppo delle imprese? Se certamente non c’è una ricetta di pronto uso, gli imprenditori intervistati hanno dimostrato di gradire le politiche in atto sulle liberalizzazioni, esprimendo un consenso particolarmente elevato, soprattutto se messo in relazione con i livelli di consenso in generale espressi nei confronti dell’operato del Governo.
Una possibile via è quella suggerita dalle PMI italiane in occasione della pubblicazione del rapporto congiunturale sulle piccole e medie imprese da parte della Commissione Europea. Gli imprenditori italiani hanno chiesto, nel documento presentato congiuntamente, meno regole, un più semplice accesso al credito e maggiori opportunità di formazione professionale. Significativamente, è proprio la richiesta di semplificazione burocratica ad essere in testa ai desideri delle imprese, in un Paese dove servono quasi quattro anni per far rispettare un contratto.

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