BUROCRAZIA, FISCO E MERCATO DEL LAVORO I FRENI DELL’INDUSTRIA ITALIANA.
A colloquio con Giuseppe Morandini, Presidente della Piccola Industria Confindustria e fautore del “partito del fare”, con una maggioranza assoluta e come simbolo l’interesse generale del Paese.

Lo scorso mese di ottobre si è svolta la IX edizione del Forum Piccola Industria. Qual è il quadro in cui si trovano oggi ad operare le pmi? Quali gli elementi positivi e quali le criticità più rilevanti?
Il prezzo del petrolio segna record sempre più alti e resta perciò un’incognita sulla crescita economica mondiale, che peraltro è in frenata. L’euro oscilla intorno all’1,50 sul dollaro. La crisi dei mutui americani dello scorso agosto e le successive turbolenze finanziarie hanno messo in difficoltà il mercato del credito. A questo preoccupante quadro generale, le imprese italiane devono aggiungere una crescita che non lascia tranquilli.
È vero che la ripresa italiana continuerà anche nel 2008 - merito, ancora una volta, di un tessuto industriale capace, in questi ultimi difficilissimi anni, di segnare risultati straordinari, molto spesso sacrificando i propri margini - ma a ritmi lenti: +1,3% dicono le previsioni del Centro Studi Confindustria, ma anche quelle del Fondo Monetario Internazionale. Il che vuol dire che rimaniamo il fanalino di coda dell’Europa, con una crescita più bassa di quella dei nostri principali partner, che crescono infatti molto più di noi: la Spagna del 4,1%, la Germania del 3,1%. È inaccettabile.
È inaccettabile che imprese e cittadini, nonostante i sacrifici e gli sforzi individuali, debbano continuare a pagare il prezzo non solo di scelte sbagliate, ma soprattutto di scelte non fatte, che adesso rischiano non già di fermare il Paese, ma addirittura di farlo tornare indietro. Basta pensare al petrolio o al gas: se in questi anni avessimo avuto il coraggio di decidere in tema di politica energetica, probabilmente oggi l’aumento dei prezzi non ci penalizzerebbe molto più di quanto non faccia con gli altri.
Recentemente leggevo che il “non fare” nel campo delle infrastrutture strategiche, negli ultimi tre anni, è costato a questo Paese oltre 14 miliardi di euro, ossia quasi un punto di Pil. Burocrazia, mercato del lavoro, regime fiscale - per non dire dei problemi di governabilità - sono altrettanti gap che ci dividono non dall’Europa, ma dal resto del mondo, che viaggia su tutt’altra strada. E a tutt’altra velocità. Per questo ho detto a Caserta che o qui nasce il PDF, il partito del fare, con una maggioranza assoluta e come simbolo l’interesse generale del Paese, o siamo finiti.
L’Italia si colloca in testa ai paesi Ocse per un triste primato, quello dell’imposizione fiscale sulle imprese. È un fardello che rischia di minare soprattutto la competitività di quelle di piccola dimensione: quali soluzioni chiedete che vengano messe in campo per migliorare la situazione?
E l’Ocse non è l’unico. L’Economist di recente ha segnalato che il nostro regime fiscale, insieme al mercato del lavoro, è tra i peggiori del mondo. Quindi c’è ben poco da stare allegri. Anche perché, nonostante la riduzione delle aliquote Ires e Irap inserita nell’ultima Finanziaria, e il cuneo fiscale contenuto nella scorsa manovra, interventi che pure vanno nella giusta direzione, il livello dell’acqua, come ho detto a Caserta, è ancora molto alto.
È evidente che dobbiamo fare di più, proseguendo sulla strada della riduzione delle aliquote e della semplificazione fiscale, ma agendo con maggiore incisività: riduzioni meno nominali e più percepite nei nostri bilanci, nei quali devono entrare con un bel segno meno davanti. Se vogliamo davvero “abbassare l’acqua”, occorre poi rivedere seriamente la base imponibile: le imprese le tasse le pagano, ma sarebbe ora che gravassero solo sugli utili reali e non anche su alcuni dei costi che sosteniamo.
Un altro fardello per le imprese è rappresentato dall’eccessiva burocrazia: come si sta muovendo Confindustria per aiutare le imprese sulla strada della semplificazione?
Più che un grande fardello, direi un macigno che pare inamovibile. E che pesa non solo sulle imprese, ma anche sulla nostra capacità di attrarre investimenti esteri, che invece di venire in Italia, giustamente, scelgono aree di insediamento in cui quasi tutto, purtroppo, è più conveniente che da noi. Non si investono capitali dove il fisco divora quasi i due terzi del reddito o dove per un permesso, un’autorizzazione o una semplice pratica occorre aspettare tempi biblici.
Per questo Confindustria, proprio attraverso la Piccola Industria, che ne ha delega diretta, si occupa da anni di semplificazione burocratica. E finalmente posso dire che s’intravede luce alla fine del tunnel. Siamo infatti in dirittura d’arrivo con il ddl Nicolais che recepisce molte delle proposte avanzate proprio da Piccola Industria e contenute nel nostro documento “Dalla semplificazione annunciata alla semplificazione percepita e rilevata” elaborato ormai quasi due anni fa.
Non è poco, soprattutto se consideriamo il contesto nel quale ci siamo mossi: tutti volevano semplificare, il ministro Nicolais, con il quale abbiamo peraltro un ottimo rapporto, ma anche il ministro Lanzillotta, Bersani, il sottosegretario Letta, l’onorevole Capezzone, e questa semplificazione in conto proprio è già stata la più grande delle complicazioni. Metteteci pure che il ddl Nicolais è arrivato in Parlamento ed è stato subito parcheggiato per far posto prima al dibattito sul conflitto di interessi, poi alle ferie, e forse il quadro della situazione sarà più chiaro.
Detto questo, comunque, ora, nel ddl Nicolais abbiamo tre importanti novità: tempi certi delle procedure, danno da ritardo, semplificazione dei controlli per le aziende certificate Iso 14001. Ma non basta: anche perché è sparita una misura alla quale come PI tenevamo molto, l’automatismo del rinnovo della miriade di autorizzazioni che servono per far andare avanti un’azienda: emissioni, prelievi acqua, distributori interni, mezzi di sollevamento. Per questo, non arretriamo di un centimetro e continuiamo la nostra battaglia per una semplificazione riscontrabile nel nostro quotidiano.
Un quotidiano aziendale che va alleggerito anche di quei tanti obblighi cui dobbiamo rispondere in materia di privacy: obblighi che sono ininfluenti ai fini dell’effettiva tutela della riservatezza ma che ci ritroviamo per aver recepito in senso eccessivamente restrittivo la direttiva europea. L’ ISTAT ha quantificato in quasi due miliardi di euro i costi che sosteniamo annualmente per inviare l’informativa, richiedere il consenso, aggiornare il documento programmatico sulla sicurezza. Basterebbe allineare la normativa italiana a quella europea per eliminare tutte queste inutili complicazioni. Abbiamo trovato una possibile soluzione e l’abbiamo proposta all’attenzione della politica. Mi pare ci sia la volontà di discuterne: vedremo.
Internazionalizzazione ed esportazioni: a che punto sono le pmi? L’esportazione rappresenta ancora un’opportunità interessante, oppure è necessario scegliere altre forme di internazionalizzazione più strutturate?
Direi che siamo a un ottimo punto. Le enormi difficoltà di questi ultimi cinque-sei anni, hanno costretto le imprese a ristrutturazioni profonde, spesso anche selettive, ma oggi siamo più forti. Abbiamo capito che per vincere occorreva spostare le nostre produzioni verso fasce di mercato a maggior valore aggiunto, di qualità assoluta, di alto contenuto innovativo e tecnologico, all’inseguimento dei gusti e delle necessità anche del singolo cliente.
Basta guardare agli ultimi numeri: per aumento della quota di export mondiale siamo secondi solo alla Cina. Nei primi quattro mesi del 2007 l’incremento della nostra quota ha infatti registrato un +9,1% rispetto all’11,9% della Cina e al +6,3% della Germania. Non solo. Nei primi sette mesi del 2007 l’Italia è stata anche il Paese dell’Europa a 15 nel quale l’export è cresciuto di più, con un incremento del 13% sullo stesso periodo del 2006. Prosegue poi senza sosta il forte traino delle nostre cosiddette “4A” (abbigliamento, arredo, apparecchiature meccaniche, alimentare) che hanno raggiunto il massimo storico di 91 miliardi di surplus e dei distretti che sono riusciti ad esportare 67 miliardi di euro. E se guardiamo all’aumento del peso delle nostre joint venture con partner stranieri registrato negli ultimi tre anni (nel 2005 rappresentavamo il 7% del totale e oggi siamo arrivati al 15%) è chiaro come ci si stia sempre più muovendo verso forme di internazionalizzazione ben più strutturate.
Detto ciò, se è vero che il nostro mercato interno continua a essere un bacino grande e interessante, perché è quello rappresentato dai Paesi dell’area Euro, è altrettanto vero che il baricentro della crescita mondiale si è spostato nei Paesi emergenti, dove non possiamo non essere presenti. Esattamente l’obiettivo che Confindustria ha inseguito negli ultimi tre anni, con le tantissime missioni di sistema organizzate all’estero. Insieme ad Ice, Abi, al governo, sempre rappresentato ai massimi livelli, abbiamo realizzato 33 missioni, coinvolgendo più di 6.500 imprese per un totale di circa 33.000 incontri b2b. E non c’è stato Paese che non abbia apprezzato la realtà delle nostre piccole imprese. E i risultati si cominciano a vedere: siamo andati in missione in India, e oggi, dopo solo un anno, abbiamo la fortuna di poter assistere ad un incremento delle esportazioni italiane verso il mercato indiano che è arrivato al 44%.
Avendo partecipato personalmente a molte di quelle missioni, sono convinto che sia questa la strada da perseguire, per continuare ad offrire ai nostri associati una sorta di catalogo delle opportunità dei vari Paesi, in modo che ogni azienda, possa trovare le condizioni più adatte alle proprie esigenze sia in termini di nuovi mercati, che di nuovi insediamenti produttivi, o di acquisti di materie prime o di semilavorati.
Una delle esigenze più sentite dalle piccole e medie imprese è una maggiore flessibilità nella gestione della forza lavoro. Eppure sembra che, a livello politico, si stia andando nella direzione opposta. Cosa ne pensa?
Che innanzitutto è necessario fare un po’ di chiarezza. Primo, è vero - come giustamente ha sottolineato il governatore della Banca d’Italia - che i nostri lavoratori hanno le retribuzioni più basse d’Europa, ma va detto con altrettanta onestà che la differenza tra quanto un lavoratore costa alle nostre aziende e il suo salario netto è abissale non per “colpa” degli imprenditori, ma per effetto di tasse e contributi che sono, cosa su cui tutti gli analisti concordano, troppo alti. E spesso vengono anche spesi male.
Secondo, il sindacato è un partner importante, fondamentale, ma anche qui, serve chiarezza e serve soprattutto più coraggio e meno ideologia, proprio nell’interesse dei lavoratori.
Chi parla di radicali interventi sulla Legge Biagi, si è mai chiesto quanti dei giovani che oggi hanno contratti a termine - con concrete possibilità di assunzione, perché se un giovane vale, noi, in azienda, non ce lo lasciamo scappare di certo - quanti di loro, se non ci fosse stata la Biagi, e prima ancora la legge Treu, sarebbero ancora lì, fermi, disoccupati, senza la possibilità di dimostrare quanto valgono, in attesa perenne di un posto di lavoro stabile?
Perché invece di parlare della Biagi non discutiamo di nuove relazioni sindacali che ci permettano di premiare di più chi lavora o vuole lavorare di più. Il sindacato deve avere il coraggio di riconoscere il merito, accettando di detassare la contrattazione di secondo livello. Ma soprattutto di detassare gli straordinari. Abbiamo ottenuto, passo assolutamente importante, la decontribuzione, inserita nel pacchetto welfare, ma siamo a metà strada: nessuno meglio di una piccola impresa sa quanto è fondamentale che anche i nostri dipendenti abbiamo convenienza a fare lo straordinario, quindi adesso avanti con la detassazione.
Quanto innovano le pmi italiane
Innovano moltissimo. Più di quanto si dica, o si voglia credere. Lo dimostrano i dati. Il rapporto Aitech-Assinform - l’associazione di Confindustria che riunisce le principali aziende italiane di information technology - evidenzia lo sprint delle pmi nel mercato dell’informatica. È vero che investono soprattutto le medie (con un +1,8) ma le piccole imprese, che da sole hanno un volume di spesa comparabile a quello dell’intera amministrazione pubblica, negli ultimi tre anni hanno fatto registrare un costante incremento degli investimenti. Stime della Banca d’Italia rilevano che su un campione di imprese manifatturiere, sono proprio quelle di minori dimensioni ad aver maggiormente aumentato la spesa per investimenti.
Ma non basta. In occasione del IX Forum Piccola Industria abbiamo presentato i risultati di una rilevazione su di un campione di piccole imprese dalla quale emerge che nel 2007 il 76,1% di loro ha investito in innovazione. Di questa innovazione almeno il 45% è rimasta “implicita”, ovvero non è stata riconosciuta dalle aziende come tale. Ma tutto questo non viene registrato dalle statistiche.
Si tratta invece di una forza che va assolutamente riconosciuta, compiendo un passo avanti per “estrarla” dall’impresa, renderne consapevole l’imprenditore e farla evolvere, lavorando su più fronti: crescita dimensionale, sviluppo di filiere, ma soprattutto introduzione di un rapporto più chiaro e maggiormente fiduciario con il fisco che di certo non premia chi investe il proprio capitale in nuove tecnologie, in nuovi macchinari o modifica in maniera innovativa l’organizzazione della propria azienda.
Giuseppe Morandini: IL PROFILO
Nato a Udine nel 1959, Giuseppe Morandini dopo la laurea in Scienze Geologiche presso l’Università di Trieste, nel 1983 entra nell’azienda di famiglia, la Fornaci Morandini spa, fondata dal bisnonno nel 1923. L’impresa opera nel settore dei laterizi, producendone l’intera gamma ad esclusione delle coperture. Le sue prime mansioni sono nell’organizzazione commerciale. Negli anni successivi si occupa di diversificare la produzione al fine di soddisfare le esigenze del mercato e sviluppa programmi d’investimento tesi all’innovazione tecnologica e all’aumento di produttività.
Nel 2001 l’azienda passa da una conduzione famigliare a una gestione manageriale attraverso un’operazione di fusione con il suo principale concorrente che, dopo breve tempo, decide di uscire dalla nuova compagine sociale, rendendo necessaria l’apertura del capitale a due nuovi investitori di riferimento del settore. Oggi la Fornaci Giuliane spa, rappresenta un polo regionale nel settore dei materiali da costruzione; conta circa un centinaio di dipendenti; è inserita in una rete di una diecina di stabilimenti situati prevalentemente nel Nord-Est, ma anche in Lombardia ed Emilia Romagna, ed è caratterizzata da una organizzazione commerciale comune.
Da sempre attivo in campo associativo, Morandini ha iniziato la sua esperienza come componente del comitato di presidenza del gruppo giovani industriali di Udine, per poi diventare vicepresidente del comitato della Piccola Industria e capogruppo delle aziende del settore dei materiali da costruzione.
Nel 1994 entra a far parte della giunta di Confindustria. Dal 2001 al 2005 ricopre la carica di presidente regionale della Piccola Industria del Friuli Venezia Giulia. È stato vice presidente dell’associazione di Udine. Nel 2004 è entrato nel consiglio direttivo di Confindustria in rappresentanza della Piccola Industria, della quale è stato consigliere incaricato per l’energia e i rapporti con il territorio. Dal 10 novembre 2005 è presidente della Piccola Industria di Confindustria. |
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