BILANCIO IN PASSIVO PER IL TFR: NON DECOLLA LA RIFORMA.
Lontano l’obiettivo del 40% di adesioni dei lavoratori ai fondi pensione. L’accoglienza più fredda della nuova proposta nelle piccole imprese.

TFR, DUE OBIETTIVI MANCATI
A pochi mesi dal 30 giugno 2007, la data limite fissata per scegliere se aderire ai fondi pensione o conservare il Tfr, è possibile tracciare un primo bilancio degli effetti della riforma previdenziale in atto. Due erano i grandi obiettivi che il Governo si era posto, quello di incrementare la partecipazione degli italiani ai mercati finanzari e quello, diretto in particolare ai più giovani, di incentivare i lavoratori a costituirsi una propria previdenza integrativa, a supporto di pensioni pubbliche sempre meno consistenti.
A dare risposta all’interrogativo sul grado di raggiungimento di questi obiettivi è stato un sondaggio condotto a luglio da Eurisko per conto di AnimaFinLab: i dati rilevati sul campione rappresentativo di lavoratori dipendenti del settore privato intervistato portano a constatare il fallimento di entrambi.
La scelta esplicita di aderire a un fondo pensione è stata fatta solo da un lavoratore su quattro, con uno scarto di 15 punti percentuali dagli obiettivi minimi fissati dall’esecutivo.
Una situazione poco confortante, che peggiora se si considera il target di riferimento dei più giovani, ovvero di chi avrebbe più bisogno della previdenza complementare, dove i lavoratori tra i 22 e i 30 anni che hanno scelto i fondi pensione sono meno di uno ogni cinque.
Se si considerano le adesioni esplicite ai fondi pensione contrattuali avvenute nel semestre in cui i lavoratori potevano esercitare l’opzione di smobilizzo del Tfr, i numeri sono ancor più deludenti, con 330.000 aderenti su un potenziale di 9 milioni e 300 mila lavoratori. Sembra quindi molto difficile che, anche includendo le adesioni esplicite ai fondi aperti e ai piani individuali, si possa raggiungere entro la fine dell’anno l’obiettivo del 40 per cento di adesioni esplicite.
È LA DIMENSIONE DELLE IMPRESE A FARE LA DIFFERENZA
Al di là dei numeri complessivi, la situazione della previdenza complementare si rivela però ben differenziata sulla base delle diverse tipologie di fondi pensione contrattuali.
I risultati sono infatti più che positivi per quanto riguarda i fondi di grandi aziende o che operano in settori caratterizzati dalla presenza di imprese medio-grandi: a fine giugno 2007, gli iscritti erano mediamente la metà del bacino dei potenziali aderenti. Un tasso di adesione che posiziona questi fondi sulla stessa linea dei loro omologhi operanti nei più consolidati sistemi europei non obbligatori di previdenza complementare. Diverso è lo scenario in cui si collocano i fondi contrattuali operanti in comparti con prevalenza di imprese medio-piccole, per cui lo stesso rapporto tra lavoratori iscritti e potenziali non raggiungeva, nella stessa data, il 5%. Un valore ben lontano dalla media europea, che acquista ancor più significato se si considera che la grande maggioranza dei lavoratori dipendenti italiani è impiegato proprio nelle imprese di classe dimensionale minore.
Pare quindi ci sia una relazione positiva tra la dimensione aziendale e il successo nella raccolta delle adesioni del fondo negoziale ai cui dipendenti si rivolge.
La fatica ad affermarsi dei fondi pensione operanti esclusivamente nel settore delle piccole e piccolissime imprese potrebbe nascere dalla difficoltà di riconoscimento da parte dei lavoratori da un lato, e dall’altro dalla difficoltà di questi fondi a raggiungere un bacino di utenza estremamente variegato e disperso. Sei mesi sono stati quindi un tempo probabilmente troppo breve per arrivare all’enorme esercito dei potenziali aderenti, occupati in milioni di piccole e piccolissime unità produttive.
Va inoltre considerato che 12 milioni e 200 mila lavoratori dipendenti italiani del settore privato rimane sprovvisto di incentivi contrattuali alla previdenza complementare e di fondi negoziali cui iscriversi.
I LAVORATORI ITALIANI CONOSCONO IL NUOVO SISTEMA, MA NON SI FIDANO DELLA SUA EFFICACIA
Sembra quindi sempre più necessario rivedere l’offerta previdenziale, ipotizzando strumenti per incentivare il livello di fiducia nella previdenza complementare anche tra i lavoratori delle piccole imprese.
Il fallimento della previdenza complementare sembra infatti molto più collegato al livello di fiducia dei lavoratori che a una possibile mancanza di consapevolezza sulle scelte fatte. Secondo il sondaggio condotto da Eurisko sono stati il 90% dei lavoratori ad aver espresso una scelta, e tra questi nove su dieci hanno saputo motivarla.
La grande differenza che emerge dai dati è proprio quella tra chi lavora in un’azienda di piccole o di grandi dimensioni. Mediamente tre lavoratori su quattro nelle imprese con meno di 50 addetti hanno scelto di lasciare il Tfr in azienda e meno di uno su dieci ha scelto espressamente di destinarlo ai fondi pensione.
Nelle imprese più grandi la percentuale di chi ha scelto di lasciare il Tfr in azienda non raggiunge il 50%, mentre sono il 40% i lavoratori che hanno espressamente optato per un fondo pensione.
MEGLIO LASCIARE IL TFR IN AZIENDA?
Il gap tra le due situazioni riflette la diversità delle condizioni previste dalla Finanziaria 2007, per cui i flussi di Tfr rimasti in aziende con più di 50 addetti erano destinati a un conto di tesoreria istituito presso l’Inps, mentre nelle imprese più piccole questi fondi rimangono effettivamente in azienda. Sembra che le scelte dei lavoratori non siano però legate a possibili pressioni dei datori di lavoro, che nel caso delle piccole imprese avrebbero il vantaggio di avere maggiori fondi in azienda. Una scelta in tal senso fatta per «spinte o pressioni» o per «paura di essere licenziato» è stata fatta, secondo l’indagine, solo dal 2,6% dei lavoratori delle piccole imprese contro l’1,8% nelle grandi. Il principale driver della decisione di tenere il Tfr in azienda è invece proprio connesso al grado di fiducia. Per i lavoratori delle piccole imprese l’alternativa a un investimento nei fondi era il mantenimento dei contributi in azienda, a cui è accordata la totale fiducia del 31% dei dipendenti e molta fiducia da un altro 55%. Diverso è il livello di fiducia accordata dai lavoratori all’Inps, alla quale viene versato il Tfr dei lavoratori delle imprese di maggiori dimensioni che decidono di non impiegarlo in fondi pensione: sono solo l’8% ad averne totale fiducia, mentre suscita molta fiducia nel 37% degli intervistati.
UNA LIQUIDAZIONE IN CONTANTI A PORTATA DI MANO
Ma quali sono le motivazioni che più hanno spinto i lavoratori che non hanno scelto lo strumento dei fondi pensione? Per la maggioranza, oltre il 20% del totale, la decisione è data dalla possibilità di avere una liquidazione in contanti al momento della pensione, un elemento che testimonia la scarsa fiducia nel valore di una pensione privata. Al secondo posto, con il 17% delle risposte, c’è la mancanza di fiducia negli investimenti finanziari. Segue la convinzione che il Tfr in azienda garantisca un rendimento più sicuro di un investimento nei fondi: lo conferma il fatto che solo il 3% dei lavoratori ha totale fiducia nei fondi, contro il 31% che ha totale fiducia nell’impresa in cui lavora.
Un ultimo aspetto da considerare per comprendere la bassa adesione ai fondi pensione dei lavoratori delle piccole imprese è che questi avevano di fatto minori possibilità di scelta di schemi previdenziali alternativi al Tfr. In aggiunta al milione e mezzo che non aveva accesso alcuno ai fondi contrattuali, molti altri lavoratori non potevano beneficiare del contributo addizionale del datore di lavoro previsto in molte grandi imprese, mentre il fondo collettivo disponibile era troppo piccolo per poter conseguire significative economie di scala e quindi offrire rendimenti netti più elevati. |