ELETTRICITÀ E PICCOLE IMPRESE: UN BINOMIO SEMPRE DIFFICILE

La liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica è stata salutata con favore dalle piccole imprese. Ma la strada verso una bolletta più equa è ancora tutta da percorrere.


LA FINE DI 45 ANNI DI MONOPOLIO DELL’ENERGIA ELETTRICA

La scorsa estate ha segnato una tappa importante nella fine di uno tra i monopoli più antichi presenti sul mercato italiano: dal 1 luglio 2007 tutti i consumatori possono scegliere da chi acquistare energia elettrica.
La liberalizzazione del mercato elettrico ha posto fine al monopolio dell’Enel, a cui dal 1962 erano esclusivamente riservate per legge tutte le attività legate alla produzione, al trasporto e alla vendita di energia elettrica. Avviato con il decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79, noto anche come decreto Bersani, che recepisce le indicazioni contenute nella direttiva comunitaria n. 92 del 1996 sulla creazione del Mercato unico dell’energia, il processo di liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica si è concluso proprio quest’anno.
Il passaggio dal monopolio al mercato libero è avvenuto in questi otto anni attraverso una serie di passaggi successivi, che hanno visto l’apertura progressiva del mercato prima alle grandi industrie, con consumi annui superiori al 1.000.000 kWh (1999), quindi alle industrie più piccole con consumi oltre i 100.000 kWh (2003); successivamente a tutti i clienti per usi non civili (2004), fino all’attuale liberalizzazione per tutti gli usi.
Ad essere liberalizzati sono stati la produzione, vendita e distribuzione di elettricità, anche se in pratica quest’ultima è rimasta di fatto nelle mani del monopolista, che attualmente detiene l’infrastruttura di trasporto dell’energia elettrica.

VERSO UN MERCATO PIÙ EQUO?

L’obiettivo a cui mira il nuovo assetto è quello della creazione di un mercato unico dell’energia elettrica, che possa assicurare l’economicità dell’energia offerta ai clienti finali e la non discriminazione degli operatori nel territorio nazionale, garantendo, al contempo, la tutela della concorrenza. In concreto questo si traduce in una possibilità di scelta da parte del consumatore, privato o aziendale, che può selezionare l’operatore più conveniente (oltre che il più ecologico, perché con le nuove disposizioni diventa obbligatorio rendere noto al consumatore finale il modo in cui l’energia viene prodotta) iniziando a ridurre i costi dell’energia.
È un’opportunità che è stata accolta con favore da molte piccole e medie imprese italiane. Secondo un sondaggio di Confartigianato ben 227 mila erano pronte lo scorso luglio a cambiare entro sei mesi il proprio fornitore di energia, sfruttando le nuove possibilità date dall’apertura del mercato dell’energia elettrica: un numero rilevante, pari al 5,5% delle imprese con meno di 20 addetti. Tra le piccole imprese, inoltre, una quota dell’8,6%, pari a più di 350 mila aziende, operava già sul mercato libero dell’energia elettrica, grazie soprattutto all’adesione ai consorzi che hanno permesso anche ai più piccoli di raggiungere congiuntamente le soglie di consumo previste per passare al mercato libero.

ANCORA TROPPO ALTI I COSTI DELL’ENERGIA

Se l’obiettivo primario della liberalizzazione è quello di abbassare il costo dell’energia, resta il fatto che gli italiani mantengono il triste primato delle aziende con la bolletta più cara d’Europa. Le piccole imprese italiane, infatti, pagano l’energia tra il 27,1% e il 56,2% in più rispetto alla media UE; e a subire i prezzi più alti d’Europa sono proprio le piccole imprese italiane energivore, ovvero quelle che consumano da 1,25 GWh a 2 GWh di energia l’anno. Un’azienda che consuma fino a 2 GWh l’anno paga l’energia 13,96 euro per 100 kWh, a fronte del prezzo medio europeo di 8,94 euro per 100 kWh.
Il pessimo record italiano sul fronte del caro energia dipende soprattutto dal mancato completamento della liberalizzazione del mercato, come dimostra il confronto prezzi dell’energia elettrica al netto delle imposte nei sette Paesi europei (Austria, Danimarca, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo e Polonia) che non hanno produzione di energia elettrica con il nucleare. Il risultato è che il costo dell’energia, escluse le tasse, in Italia rimane più elevato tra il 36,7% e il 61,8% rispetto alle sette nazioni oggetto di comparazione. Un dato che suggerisce la necessità di riforme strutturali che aprano alla vera concorrenza il settore, puntando sull’efficienza energetica e sull’uso di fonti rinnovabili, e che consentano di ridurre e riequilibrare la pressione fiscale sul prezzo dell’energia.

SONO LE PICCOLE IMPRESE A PAGARE IL CONTO PEGGIORE

Oltre che ai vertici della classifica del caro energia, l’Italia “vince” purtroppo anche la palma di Paese con il maggior prelievo fiscale sulla bolletta energetica, e in particolare su quella delle piccole imprese. Agli effetti di una liberalizzazione non ancora pienamente operativa si sommano quindi quelli di una fortissima pressione fiscale, che non fa che aggravare la situazione delle aziende italiane.
A fronte di una media europea che non arriva nemmeno al 10% di tasse sull’energia consumata, nel nostro Paese oltre un quarto del prezzo dell’elettricità utilizzata dalle PMI è formato da imposte. In Irlanda, Grecia, Portogallo e in altre nove nazioni, le imprese non pagano nessun balzello sulla corrente, mentre nei restanti quindici la percentuale varia dallo 0.5% dell’Ungheria al 25.4% dell’Italia. È significativo che Austria e Olanda, secondi classificati ex aequo in questa particolare graduatoria, abbiano una media impositiva del 14%. Quasi la metà di quella italiana. A discapito delle PMI gioca anche il sistema italiano di tassazione dell’energia per usi industriali, che premia i grandi consumatori con sconti ed esenzioni sulle accise: i piccoli imprenditori si trovano così a pagare un’aliquota media di imposta sul kilowattora che è 11,5 volte superiore rispetto a quella pagata dalle grandi aziende. Nella bolletta delle PMI si scaricano poi, ad aggravare la situazione, anche gli oneri generali di sistema che comprendono alcuni sconti e vantaggi accumulati dai grandi consumatori di energia. Il risultato è un esborso che ha pesanti riflessi anche in termini di competitività, e che a giudizio della Commissione Europea potrebbe essere considerato un aiuto di Stato concesso ai grandi consumatori.

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