Dall’idea all’impresa, un percorso
a ostacoli il peso della burocrazia

L’Italia resta uno dei Paesi dove è più difficile avviare un’attività: adempimenti burocratici, tempi e costi davvero poco “business friendly”. Quanto alla pressione fiscale, la nostra è la più alta tra i Paesi OCSE.

Fare impresa, per gli italiani la prima sfida è la burocrazia

Per avviare un’attività in Italia serve in primo luogo molta pazienza. Tra i ventidue Paesi Ocse, l’Italia è infatti seconda solo alla Grecia per difficoltà nel fare impresa. Ad asserirlo è l’edizione 2008 dell’autorevole rapporto “Doing Business” pubblicato dalla Banca Mondiale, un’analisi comparata a livello globale sulla facilità di avviare e condurre un’attività commerciale.
Il primo ostacolo per i futuri imprenditori italiani che decidessero di avviare un’attività è la burocrazia. Sono nove le pratiche richieste, e almeno tredici i giorni necessari: un dato ben lontano dall’ “impresa in un giorno” che continua ad essere tra gli obiettivi dei nostri Governi.
Secondo un rapporto pubblicato da Censis e Confcommercio, inoltre, anche il numero di procedure legali richieste per registrare una proprietà (quale un terreno o un fabbricato) è in Italia molto più alto della media dei Paesi Ocse: otto successivi passaggi contro quattro.

Lo start-up costa 17 volte più che nel Regno Unito

A spiccare nel confronto con gli altri Paesi sono i costi richiesti per avviare un’impresa: sono in media il 18,7% del reddito pro capite, ovvero circa 6.000 Euro, davvero esorbitanti se confrontati con il costo zero della Danimarca, lo 0,7% del Regno Unito e l’1,1% della Francia.
È un confronto che acquista ancora più significato in uno scenario in cui la competizione è internazionale. Avere costi di start-up tanto sbilanciati rispetto agli altri Paesi si traduce in un concreto svantaggio competitivo per gli imprenditori italiani.
Accanto agli adempimenti richiesti per legge, vanno poi considerati tutti gli altri passaggi necessari per aprire un’impresa: dai rapporti con le banche a quelli con notai, commercialisti e consulenti del lavoro. Due giornalisti de “Il Sole 24 Ore” hanno a questo proposito sperimentato una “prova sul campo”, seguendo tappa per tappa il percorso per avviare una possibile attività, da un incontro preliminare presso il Punto nuova impresa della Camera di Commercio alla richiesta in banca dell’apertura di una linea di credito. Il risultato sono stati quasi due mesi di attesa e numerosi paletti da superare: dai dieci documenti richiesti per avere un prestito alla difficoltà ad avere informazioni sui finanziamenti regionali.

Il fisco resta tra le note dolenti nazionali

Vinta la sfida dell’avvio dell’attività, gli imprenditori italiani continuano a scontrarsi con tempi lunghi ed alti costi.
Il primo nodo nella gestione di un’impresa è il fisco. Sempre secondo le rilevazioni della Banca Mondiale, tra i Paesi Ocse siamo quelli con la pressione fiscale sulle imprese più alta: le tasse arrivano al 76,2% degli utili realizzati. In Irlanda sono il 28,9%, in Svizzera il 29,1%, negli Usa il 46,2%, in Germania il 50,8% e nella Svezia, famosa per il suo sistema di welfare, viene chiesto alle imprese solo il 54,4%.
Le tasse, poi, prendono tempo oltre che denaro agli imprenditori italiani: soltanto gli adempimenti burocratici per pagare imposte e contributi richiedono quindici diversi versamenti nel corso dell’anno – tra imposte nazionali e tasse locali – e sottraggono a ciascuna impresa 360 ore di lavoro all’anno. In Lussemburgo, primo della classifica, ne bastano invece 58. È questa una perdita di tempo che si traduce in un costo complessivo per le PMI italiane che è stato calcolato da Confartigianato in 6,8 miliardi. Gli stessi adempimenti costano invece in media alle PMI europee quasi cinque volte in meno, ovvero 1,4 miliardi.

Giustizia, record negativo

Un’altra difficoltà in Italia è rappresentata dai tempi e dai costi per ricorrere alla giustizia. L’Italia si aggiudica molti ultimi posti in classifica tra i Paesi industrializzati: ci servono in media 41 passaggi burocratici tra atti e udienze, contro i 20 dell’Irlanda, che è al primo posto. Ben 1.210 sono i giorni richiesti per portare a termine l’iter, quando a Singapore ne bastano 120. Quanto ai costi, il valore della lite è in Italia mediamente il 29,9%: significa che un terzo della cifra richiesta viene speso nella causa legale. In testa alla classifica è l’Islanda, dove il valore della lite è solo del 6,1%.
Lenti anche i tempi delle procedure fallimentari, che secondo l’indagine Censis-Confcommercio “sono tra le più lunghe e farraginose tra i paesi Ocse”. La durata media di una procedura di fallimento, secondo uno studio condotto da Confartigianato, dura sette anni, sette mesi e sedici giorni.
In termini di costi, per giungere alla chiusura di una bancarotta, si legge sul rapporto Censis-Confcommercio, “il costo del procedimento rappresenta il 22% del patrimonio della società insolvente (7,1% la media dei paesi Ocse)”. Bassissimo è poi il tasso del credito che si riesce a recuperare: mediamente solo il 39,7% del credito contro l’85,2% del Regno Unito e il 92,7% per il Giappone. La durata media della procedura di chiusura del fallimento in Italia è di 2.897 giorni, poco meno di otto anni prima di poter riscuotere un credito attraverso le vie legali.

Quanto incidono gli oneri amministrativi

Secondo uno studio condotto da Confartigianato, le imprese italiane pagano ogni anno 14.920 milioni per costi della burocrazia, pari a un punto di PIL per gestire i rapporti con la Pubblica Amministrazione. Il maggiore onere, pari a 11.386 milioni di Euro, viene sopportato dalle microimprese, con meno di 9 addetti.
Confartigianato ha calcolato che, se tutte le aziende italiane fossero liberate dalla zavorra burocratica, incrementerebbero la produttività del 2,3%. Le microimprese, poi, registrerebbero un aumento del 5,8%, recuperando più della metà (53,7%) del gap di produttività che attualmente scontano rispetto alla media di Francia, Germania e Spagna.
La Commissione europea ha presentato a novembre 2006 una proposta finalizzata a ridurre del 25% gli oneri amministrativi per le imprese entro il 2012, con potenziale aumento dell’1,5% del PIL dell’Unione Europea. Per l’Italia questo obiettivo significherebbe un calo del costo per oneri amministrativi ad un ritmo del 4,6% all’anno, con minori costi per 3.730 milioni in 6 anni.

In Italia cresce il peso della burocrazia

Uno studio condotto lo scorso anno sempre da Confartigianato rileva che, tra il 1998 e il 2007, i maggiori Paesi europei hanno adottato provvedimenti per ridurre il peso della burocrazia, peso sintetizzato dall’incidenza sul PIL delle retribuzioni pubbliche. Nell’UE a 15, tra il 1998 e il 2007, la spesa per il pubblico impiego sul PIL è scesa dello 0,5%.
In Italia invece, non solo il peso della burocrazia non diminuisce, ma è aumentato: tra il 1998 e il 2007 l’incidenza sul PIL della spesa pubblica per retribuzioni è cresciuta dello 0,2%.
La spesa per lavoro dipendente nella pubblica amministrazione ha registrato una forte crescita delle retribuzioni procapite negli ultimi sette anni: tra il 1999 e il 2006 le retribuzioni per unità di lavoro dipendente nella P.A. sono aumentate complessivamente del 56,0%. Nello stesso arco temporale, le retribuzioni dell’intera economia sono cresciute 23,8%: quindi le retribuzioni nel pubblico impiego sono cresciute più del doppio di quelle del comparto privato.
A fronte della crescita della spesa per il pubblico impiego, sono stati scarsi gli sforzi per aumentarne la produttività attraverso investimenti in Information & Communication Technology. Gli investimenti in ICT nella PA in rapporto al costo del lavoro dei pubblici dipendenti in Italia mostrano un valore inferiore di 0,3 punti percentuali rispetto alla media di Francia, Germania e Spagna (2,6% rispetto a 2,9%).

INVESTIRE IN ITALIA: PER LE MULTINAZIONALI ANCORA TROPPI FRENI.

Il sistema Italia, nonostante presenti alcuni elementi di attrazione, sconta la diffidenza delle imprese straniere, molte delle quali ancora poco propense ad investire nel nostro Paese. A frenare l’ingresso di capitali esteri sono una serie di ostacoli, primo fra tutti proprio la burocrazia, percepita come il problema più rilevante per operare in Italia. È questo il quadro che emerge da una recente indagine, commissionata ad Ipsos da Confindustria in occasione del forum Attrazione Italia.
Per gli intervistati, un campione di dirigenti di grandi multinazionali presenti in Italia, i principali ostacoli sono i tempi troppo lunghi per aprire un’attività e la complessità dell’iter di richiesta di permessi agli Enti locali; ma anche un costo del lavoro alto, tasse elevate e la carenza di infrastrutture. A fronte di questi aspetti negativi, l’Italia presenta però, sempre secondo gli intervistati, alcuni rilevanti fattori di appeal: è un mercato interessante per le imprese intenzionate ad espandere parco clienti e vendite, ha una buona qualità del management e della produzione, oltre che un buon livello di sviluppo tecnologico ed eccelle in alcuni settori del comparto del lusso, tra i quali design e moda. Proprio a partire da questi elementi il “sistema Italia” potrebbe basare una strategia di recupero di attrattività. Anche perché, nonostante tutto, tra le multinazionali presenti nel nostro Paese, nove su dieci negli ultimi cinque anni hanno aumentato il proprio fatturato, e l’85% ha sviluppato nuovi progetti, quali nuovi prodotti, ampliamenti e acquisizioni.

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