QUANDO LA CRISI PUÒ DIVENTARE A colloquio con Paolo Preti, docente della Bocconi ed esperto di piccole e medie imprese, sulla crisi in essere e sulle leve che le PMI devono mettere in atto per superarla con successo.
Sulla crisi che complessivamente, come sistema economico occidentale, stiamo vivendo e di cui anche in Italia si avvertono pesantemente i sintomi si è detto e scritto molto. Ma quali ne sono le origini e quali le specificità? Diciamo innanzitutto che, una volta tanto, la crisi che anche in Italia avvertiamo non ha origini domestiche ma americane, ed ha pertanto caratteristiche totalmente differente rispetto a quelle che fanno parte del DNA del nostro sistema economico. E’ una crisi finanziaria, mentre il nostro sistema è prevalentemente manifatturiero. E’ una crisi di stampo manageriale, mentre il nostro è un sistema di tipo imprenditoriale. E’ una crisi di breve periodo, mentre la nostra economia vive sul lungo periodo. E’ una crisi di valori borsistici, quando la nostra Borsa è una delle più piccole a livello mondiale, ed è una crisi che tocca direttamente in primo luogo il sistema bancario, mentre in Italia esistono solo due grandi banche, per altro le più coinvolte nella crisi, mentre il sistema delle banche locali ne è totalmente indenne. Siamo quindi in presenza di due contesti completamente diversi: quello americano dove la crisi nasce e si genera e quello italiano ed europeo, dove se ne avvertono le ripercussioni. Cosa significa crisi di breve periodo? L’orizzonte temporale dell’economia americana è il breve periodo, perché è un sistema fortemente di stampo finanziario, e la finanza ha bisogno di tempi brevi per valutare come si evolvono le situazioni. Il nostro sistema, quello europeo ed italiano in particolare, lo ripeto, è totalmente differente. E’ un sistema imprenditoriale, in cui l’imprenditore arriva a dare il proprio cognome alla ragione sociale di un’azienda, in cui l’impresa si trasmette solitamente di padre in figlio, in cui la proprietà è familiare, in cui l’orizzonte temporale di riferimento è di lungo periodo. Non a caso il sistema italiano è fortemente radicato nel manifatturiero, al punto che siamo secondi in Europa solo alla Germania. Al contrario negli USA è il sistema finanziario a svolgere la funzione predominante, sia pure per una motivazione d’origine tutto sommato positiva: mettere in grado la gente, con i “subprime”, di comprar casa, sostenendo a livello politico l’intervento delle banche indipendentemente dalle garanzie che le famiglie e i cittadini possono offrire. Un sistema che si è rivelato squilibrato e che avrebbe comunque prima o poi dovuto esplodere. Certamente, perché, in questa situazione, le famiglie fanno il passo più lungo della propria gamba: se possono permettersi un appartamento da 70 metri quadrati in periferia decidono di comprarsene uno da 150 metri quadrati in centro. In questo senso possiamo dire che questa crisi rivela un aspetto di tipo educativo, di cui anche noi, in Europa come in Italia, dobbiamo tener conto. Se attraverso il sistema dei derivati e la finanza creativa posso speculare sull’intervento dello Stato che copre i finanziamenti concessi dalle banche a favore dei cittadini, costruisco un castello di carte che poi inevitabilmente crolla. E la Borsa si inserisce su questa situazione, dal momento che il valore delle imprese negli Stati Uniti è determinato dal valore dell’azione. Non ci sono proprietari coinvolti nella gestione delle imprese, ma la proprietà delle aziende, in prevalenza public company, è in mano a migliaia di azionisti e sono i manager a gestire completamente l’azienda. Ma i manager hanno un orizzonte di operatività e di valore ancora una volta breve. Crisi finanziaria, dunque, ma anche educativa? Assolutamente. Non è un caso che uno dei temi forti con i quali affrontare questa crisi è rappresentato dalla scelta di riporre al centro dell’economia una sorta di ritorno alle origini. La società americana, complice la finanza, ha perso il contatto con la realtà e con alcuni valori quali il risparmio. Occorre tornare alle origini, e ciò significa tornare a valorizzare risparmio, a riporre al centro gli aspetti valoriali. Fortunatamente in Europa, e in Italia in particolare, il risparmio continua ad essere un valore: si risparmia ancora moltissimo, anche se, da una generazione all’altra, osserviamo che questa propensione diminuisce. Ma è una crisi reale o c’è molta componente emozionale? Osservando i comportamenti sociali verrebbe da dire che si tratti di una crisi più emozionale che reale. Tutti noi abbiamo visto le code lungo il Brennero o in Valtellina per i week-end e i ponti sulle piste da sci, così come abbiamo sentito il tutto esaurito nelle agenzie di viaggio. Ciò detto, facendo anche una serie di previsioni macroeconomiche sul lungo periodo, se è vero che i ricavi diminuiranno, è certo che anche i costi sono in discesa: petrolio, benzina, energia elettrica stanno ormai da diverso tempo scendendo; anche le materie prime, che fino a prima dell’estate non si trovavano ed erano in costante ascesa, stanno diminuendo e si riescono a reperire con facilità. Per effetto di questi due fenomeni, l’utile dovrebbe tendenzialmente restare inalterato. Per altro veniamo da un decennio tutto sommato di grande crescita. C’è da sperare nei comportamenti virtuosi di famiglie e imprese: che abbiano risparmiato e messo a riserva gli utili fatti nel recente passato. Diciamo allora che è una crisi abbordabile: un anno di difficoltà ci può stare. In questo senso mi sembra che ci sia la tendenza ad enfatizzare i toni. Ciò non significa che non ci saranno morti e feriti. Ma, come in ogni epidemia, i molti che resisteranno saranno più forti e competitivi. Chi sono a suo avviso le imprese più deboli, che rischiano di più? Diciamo innanzitutto che non è una questione di dimensioni. Così come nei periodi positivi, anche in quelli di difficoltà non è la dimensione a fare la differenza. Non è un caso che osserviamo come grandi imprese, pensiamo al settore automobilistico, siano in crisi, mentre vi siano imprese di più piccola dimensione in forte crescita. Il problema, semmai, sta nella struttura e nella strategia imprenditoriale. Ma in Italia, il 97 per cento delle imprese è comunque di piccola o media dimensione. Quali sono gli aspetti strategici ai quali queste imprese devono prestare attenzione? Nel 2006 si parlava di declino, ma il 2007 ci ha consegnato un anno di grandi risultati: l’Italia, in particolare, ha chiuso al secondo posto in Europa per esportazioni. Ciò significa che oggi, come allora, chi ha dimostrato di saper mettere in atto per primo una serie di comportamenti virtuosi sarà tra i primi ad uscire dalla crisi e, addirittura, a risultarne rinforzato. E gli altri due aspetti? Il terzo consiglio che do è di abbandonare la strategia fondata sul contenimento dei costi. Nei momenti di crisi occorre avere grande attenzione nei confronti dei costi, ma non devono più essere considerati una variabile strategica. Sono altre le variabili strategiche a cui prestare attenzione: parlo di innovazione di tipo incrementale, tesa al miglioramento di ciò che si è sempre fatto; di ricerca applicata; di servizio immateriale. Il tutto in un’ottica di qualità che deve essere sempre più comunicata e fatta percepire, in una logica di marchio.
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