Made in Italy: dal tessile nuovi scenari per il manifatturiero
La legge sul “Made in Italy” è il primo esempio di concreta tutela della produzione italiana: un’esigenza che si impone per evitare contraffazioni e, soprattutto, difendere il valore aggiunto della nostra industria.

Da origini umili al lusso più esclusivo
Oggi “Made in Italy” è sinonimo di un prodotto ricercato, curato nei dettagli e spesso dal design esclusivo. I prodotti italiani all’estero si sono infatti guadagnati una fama tale da costituire spesso una categoria a sé, nel design così come nella moda e nell’agroalimentare; il manifatturiero italiano, in generale, è diventato garanzia di qualità, tanto che il marchio “Made in Italy” è stato oggetto di recenti battaglie legislative per la sua tutela, dentro e fuori i confini nazionali.
Non altrettanto nobili sono le origini di questa dicitura, che è nata cinquant’anni fa per imposizione degli importatori tedeschi e francesi di prodotti tessili e calzaturieri italiani, con l’obiettivo di indicare ai consumatori dei propri Paesi che un prodotto non era stato realizzato nelle proprie nazioni: quasi un “Not made in France”, dunque, più che un valore aggiunto da mostrare con orgoglio.
Le rivendicazioni del tessile
Da allora, molta strada è stata fatta, e paradossalmente è stato proprio il comparto del tessile a condurre in prima linea la battaglia per un utilizzo trasparente del marchio, culminata con l’approvazione alla Camera, avvenuta lo scorso dicembre, del disegno di legge Reguzzoni-Versace-Calearo.
Obiettivo del disegno di legge è istituire un sistema di etichettatura obbligatoria nell’abbigliamento, nell’arredo casa, nella pelletteria e nel calzaturiero, che evidenzi il luogo di origine di ciascuna fase di lavorazione e assicuri la tracciabilità dei prodotti, garantendo così la massima trasparenza nei confronti dei consumatori.
Per potersi fregiare della dicitura “Made in Italy” l’azienda produttrice dovrà sottostare a precise regole, ovvero dimostrare di avvalersi di una filiera con sede in Italia o di mantenere sul territorio nazionale almeno due passaggi produttivi.
Un’etichetta chiara e trasparente
La legge stabilisce inoltre, a ulteriore tutela del consumatore, che nell’etichetta di ciascun prodotto marcato “Made in Italy” vengano fornite in modo chiaro informazioni specifiche sulla conformità dei processi di lavorazione alle norme in materia di lavoro, sulla certificazione di igiene e di sicurezza, sull’esclusione dell’impiego di minori nella produzione, sul rispetto della normativa ambientale europea e internazionale.
Con queste nuove regole l’indicazione “Made in Italy” diventa qualcosa di più che una generica garanzia di qualità: attesta infatti la validità dell’intera filiera produttiva, sotto il profilo di parametri diversi, collegandosi anche al tema sempre più sentito della tracciabilità.
Ora serve estenderla all’Europa
La battaglia del tessile italiano, condotta in particolare dalle piccole imprese che costituiscono la maggioranza nel settore, ha finora avuto successo. Perché questi provvedimenti siano davvero efficaci in un mercato dove la concorrenza è più che mai internazionale, però, è indispensabile che simili regolamenti sull’etichettatura obbligatoria siano approvati anche fuori dall’Italia.
Al momento, infatti, in Europa – a differenza che negli Stati Uniti, in Giappone, in India - non viene richiesta la tracciabilità per i prodotti provenienti dall’estero: quindi un produttore cinese che esporta in Europa, secondo le leggi vigenti nell’Unione Europea, non dovrà sottostare alle stesse regole a cui è vincolato un produttore italiano.
Per riequilibrare questa situazione, il governo italiano è riuscito ad imporre nell’agenda comunitaria la proposta di un nuovo regolamento sull’etichettatura obbligatoria, e forse sarà proprio la legge sul “Made in Italy” a poter convincere i Paesi partner nell’Unione Europea a vararlo.
I vantaggi per un settore in crisi
Se, come sembra ormai certo, l’approvazione della legge completerà il suo iter, il settore del tessile nazionale, che da solo dà lavoro ad oltre un milione di persone, potrà vedere difeso il proprio interesse in un momento particolarmente critico.
Ad una crisi già in atto da tempo, e dovuta proprio alla crescente concorrenza internazionale – soprattutto da parte di prodotti di bassa qualità e basso prezzo, si sono nell’ultimo anno sommati gli effetti della difficile congiuntura economica.
La legge sul “Made in Italy” riporterebbe finalmente chiarezza, consentendo a tutti la scelta consapevole di un prodotto di qualità e valorizzando l’immagine del patrimonio manifatturiero e dei prodotti di eccellenza italiani sui mercati internazionali, con concreti ritorni economici e occupazionali per il settore.
Una nuova via per il manifatturiero
Quanto è accaduto per il tessile ha posto una base importante per tracciare un percorso di valorizzazione della produzione manifatturiera italiana. Percorso che potrebbe con analoghe modalità essere esteso ad altri settori produttivi, la cui struttura è molto spesso simile a quella del tessile: un forte radicamento sul territorio, una consolidata tradizione del “saper fare”, unita alla flessibilità e ad una capacità di rinnovamento che sappia dare vita a soluzioni tecnologiche d’avanguardia. Il “Made in Italy” è un universo variegato ma compatto, ricco di eccellenze e abilità, spesso fatto di prodotti “su misura”, creati davvero a partire dalle esigenze del cliente: per difendere e tutelare questi valori, la via più diretta è probabilmente proprio quella di permettere al consumatore di conoscere i prodotti, le loro caratteristiche di qualità e la loro provenienza, attraverso una corretta informazione e nel modo più trasparente possibile.