Intervista a Dario Di Vico, giornalista de “Il Corriere della Sera”
Le PMI: una costellazione in profondo divenire
Intervista a Dario Di Vico, giornalista de “Il Corriere della Sera” e uno dei più attenti osservatori delle dinamiche del mondo delle piccole e medie imprese.

Sembra finalmente intravedersi uno spiraglio di uscita dalla grave crisi internazionale che ha colpito l’economia manifatturiera dalla fine del 2008. Concorda con questa visione?
Gli economisti sono ancora divisi nell’analisi delle tendenze dell’autunno. Alcuni paventano un nuovo, seppur breve, ciclo recessivo; altri confidano su una ripresa che, pur non eccezionale nella dimensione, segni una certa continuità nella risalita. A mio parere, più che inseguire previsioni, che a volte sono vittima di esagerazioni in un senso o nell’altro, vale la pena di sottolineare un tema: l’Italia ha bisogno di un aumento annuo del 2% del PIL per conseguire una crescita armonica, per permettere alle PMI di avanzare, per affrontare i problemi di coesione sociale. È questa la direzione verso cui bisogna guardare se vogliamo uscire davvero dalla crisi.
La fotografia delle PMI a fine 2008, quando lei ha iniziato a raccontare le storie e le necessità di questo mondo, è sovrapponibile a una loro fotografia più recente? O invece è cambiato qualcosa nella loro composizione?
Un cambiamento sicuramente c’è stato, se non altro perché per un drappello di PMI è arrivata in questo arco di tempo la chiusura: non c’è ancora un’anagrafe puntuale di quanti siano stati a dover abbassare la saracinesca, ma il numero è comunque consistente.
Più che un’unica fotografia di gruppo, proverei a distribuire le PMI italiane in una foto più allargata; si tratta a mio parere, parlando ciclisticamente, di un gruppo sgranato.
Davanti ci sono le imprese di dimensioni minori che però hanno un proprio brand e una presenza sui mercati internazionali: le aziende di questo tipo hanno il vantaggio di poter giocare sulle esportazioni con una propria identità definita e con strategie proprie. Va comunque chiarito che si tratta di un gruppetto ristretto.
Il grosso delle imprese lavora in prevalenza nel mercato interno, spesso nel ruolo di fornitore o subfornitore: è per questi soggetti che si pone il problema della competitività, connesso anche alla mancata crescita dei consumi interni. Anche perché la riforma fiscale, che potrebbe dare respiro ai redditi medio-bassi per incentivare i consumi, non mi pare sia ancora in calendario. Per queste PMI, che insistono sul mercato interno, c’è certamente maggiore difficoltà ad acchiappare la ripresa, anche solo per il fatto che nuotano in un mare molto più stretto rispetto a chi opera anche all’estero.
C’è poi un terzo drappello di aziende, che possiamo definire pericolanti, che stanno cercando di uscire dalla crisi ma sono ancora in gravi ambasce, la cui sopravvivenza spesso dipende dall’acquisizione di una singola commessa o dall’inserimento in una filiera.
Insomma, quando si parla oggi di PMI italiane è difficile fare una reductio ad unum, il profilo è quello di un gruppo articolato con esigenze diverse.
La crisi ha in qualche modo cambiato l’approccio delle PMI verso il mercato?
La crisi, con tutto il suo carico negativo, qualche aspetto positivo ce l’ha: e uno di questi è stato la capacità di aver scosso il mondo delle PMI, incentivandone la partecipazione e la mobilitazione. Portando molti imprenditori ad una riflessione sulle strategie aziendali e sull’opportunità di introdurre elementi di innovazione, di sperimentazione, di accumulo di nuove competenze. I piccoli imprenditori avevano infatti competenze tecniche, o tecnologiche nei casi più evoluti, ma meno spesso avevano un bagaglio di competenze in materia finanziaria e di accesso al credito o in materia commerciale e di marketing.
Forse la crisi ha messo a molti una pulce nell’orecchio sulla necessità di attrarre competenze in azienda. Ed è una necessità che si può esplicitare anche in forme nuove: come quella di cui ho parlato qualche tempo fa, quella di “adottare un professionista”, una figura a contratto che possa apportare nuove competenze per il tempo necessario, senza al contempo mutare la fisionomia dell’azienda.
Il fenomeno delle aggregazioni si è andato diffondendo, anche tra le imprese più piccole. È un’inversione di tendenza strutturale rispetto al passato?
Un secondo aspetto positivo di questa crisi è proprio quello di aver portato a superare l’individualismo. La crisi ha agito in questo senso come un potente fattore di mobilitazione: si è capito che in molte situazioni bisogna ragionare non più singolarmente, ma in termini di rete di impresa.
Si sono realizzate in questi ultimi mesi esperienze significative, quale quella avvenuta nel territorio lecchese. Certo siamo solo all’inizio: la crisi ha cominciato a smuovere alcune convinzioni, c’è ancora molto da fare.
Come si collocano oggi le PMI italiane rispetto ai loro competitor internazionali?
Credo che non abbia molto senso fare una classifica globale, piuttosto le nostre imprese sono chiamate ogni giorno a confrontarsi sul loro stesso territorio con l’avanzata delle imprese cinesi. È indispensabile capire che tipo di strategia adottare, e capire in primo luogo dove la concorrenza cinese sia una vera concorrenza industriale, e dove invece sia una concorrenza sleale, fondata sullo sfruttamento dei lavoratori, sull’uso di materie prime tossiche, sulla contraffazione. Credo non si parli ancora abbastanza di questi problemi.
Qual è stato in questa crisi il ruolo delle associazioni imprenditoriali verso i propri iscritti? Hanno acquisito autorevolezza e centralità o hanno perso forza?
In questa stagione di mobilitazione le associazioni imprenditoriali hanno giocato un ruolo importante nell’accompagnare le imprese. Quello che serve fare ora è un passo molto lungo, da organizzazione che dispensa servizi ad organizzazione che suggerisce ed accelera il cambiamento; la difficoltà per farlo è superare rendite di posizione, inerzie, mancanza di competenze, continuando ad accompagnare le imprese in questo cammino. C’è poi l’aspetto politico, e sotto questo profilo le associazioni imprenditoriali possono probabilmente surrogare una politica – intesa con la maiuscola, come attività del Governo – debole, assicurando coesione.
Quali obiettivi in particolare la politica del Governo ha a suo parere mancato negli ultimi mesi nei confronti delle PMI?
La mia impressione è che il Governo non abbia focalizzato con l’attenzione necessaria le esigenze di questo mondo, e che quando l’abbia fatto, sia accaduto con notevoli ritardi o individuando tra le priorità azioni diverse da quelle indispensabili al sistema delle PMI. Entrando nel merito, sono state fatte anche cose abbastanza giuste, come l’aiuto alla moratoria, ma complessivamente lo sguardo sulle PMI è stato piuttosto distratto.
Con l’avvento di Basilea 3, crede che le PMI rischino di vedere venir meno anche l’appoggio finora ricevuto in materia di credito o invece l’impatto su di loro non sarà così negativo?
Credo che purtroppo sia concreto il rischio che si inneschino processi che possano far mancare la liquidità necessaria all’economia reale. Il processo di rafforzamento patrimoniale del sistema bancario, pur necessario, dovrà avvenire in maniera graduale per evitare conseguenze negative sulle imprese, in particolare sulle più piccole.
La divaricazione tra chi sostiene ad oltranza Basilea 3 e chi cavalca le esigenze delle imprese è un elemento di rischio, mentre è necessario contemperare le esigenze delle due parti e farlo gradualmente nel tempo.
Funzione e ruolo dei distretti industriali sono mutati in questo ultimo periodo? Ha ancora senso parlare di distretti o stiamo andando verso nuovi tipi di aggregazione, più slegati dal territorio?
Prima di buttare qualcosa che ha avuto successo e meriti, come è accaduto con i distretti, bisogna pensarci bene. I distretti rivestono ancora un ruolo importante, non solo perché avvicinano le imprese al territorio, ma anche perché hanno saputo e sanno creare una vicinanza tra le imprese e la società. Quindi viva i distretti! Piuttosto bisognerebbe lavorare su alcuni aspetti relativi all’aggiornamento e all’innovazione, come la formazione del personale, l’aggiunta di persone qualificate, facendoli evolvere ma certamente senza considerarli qualcosa di superato.
Come vede il futuro delle PMI italiane tra cinque anni?
Immagino una fotografia ancora più articolata di quella odierna, un gruppo ancora più sgranato.
Ci sarà sempre meno la tendenza ad individuare una PMI media, e sempre più esisteranno gruppi di imprese con caratteristiche ben definite: quelle che esportano, le imprese a rete, quelle che lavorano in subfornitura, quelle che operano solo sul mercato interno: insomma, più che un’unica tipologia, una costellazione di PMI.
Dario Di Vico
Cinquantotto anni, si è laureato in sociologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma.
Sindacalista dal 1977 al 1983 per la UILM di Torino, ha iniziato in quel periodo ad occuparsi di giornali creando tra l’altro il periodico Fabbrica/Impresa.
Ha iniziato a scrivere di temi sindacali sulla “Gazzetta del Popolo” di Torino e sul settimanale “Mondo economico”. Assunto nel 1986 al settimanale “Il Mondo”, dopo una breve esperienza a “Italia Oggi”, nel 1989 è approdato a “Il Corriere della Sera”, allora diretto da Ugo Stille.
Per il quotidiano di via Solferino si è occupato da Roma e da Milano di economia e politica diventando prima inviato e poi vicedirettore durante la seconda direzione di Paolo Mieli, è oggi inviato ed editorialista e scrive di economia, lavoro e società.
Ha pubblicato per Rizzoli “Profondo Italia” (2004) sulle ricadute sociali del cambio lira-euro, inchiesta per la quale gli è stato assegnato “il Premiolino” e, nel 2010, “Piccoli. La pancia del Paese” per Marsilio.
“Piccoli: la pancia del Paese” - Un libro per comprendere l’Italia delle partite IVA
Piccoli: quattro milioni di piccole aziende, otto milioni di partite Iva rappresentano per un Paese un patrimonio vitale. Ma se questi signori, da quando aprono bottega fino a sera, hanno la sensazione di lavorare «contro», c’è qualcosa che non va. La crisi ha moltiplicato gli outsider, reso più corta la coperta e ha lasciato senza voce non solo precari e disoccupati, ma anche artigiani, piccoli commercianti, partite Iva e professionisti. E il silenzio deve preoccupare più di una protesta clamorosa. Nel silenzio i valori finiscono nel tritacarne, quelli tradizionali non reggono l’urto della secolarizzazione e quelli moderni sono considerati velleitari, buoni per le élite. I Piccoli credono nella libera impresa e nel lavoro autonomo, non disdegnano il mercato e lo considerano meglio della politica, odiano le tasse e la burocrazia, lo Stato-imprenditore e le oligarchie industriali. Sono la pancia del Paese, ne esprimono gli umori, le paure, gli slanci. Non hanno riti da onorare, linguaggi da tenere in vita, manifestazioni da propagandare, Pantheon da riempire. E anche per questo le élite e la cultura li escludono sistematicamente dalla rappresentazione del Paese. Per loro sono e restano degli Invisibili.